The Love That Remains, recensione del film di Hlynur Pálmason

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Dopo la spiritualità tormentata di Godland e il gelo emotivo devastante di A White, White Day, Hlynur Pálmason cambia nuovamente pelle con The Love That Remains, un film che resta fedele alla sua poetica visiva ma sorprende per il tono quasi giocoso con cui affronta la disintegrazione di una famiglia.

Ed è proprio questo l’aspetto più destabilizzante dell’opera: raccontare il dolore di una separazione attraverso gag surreali, fantasie improvvise e immagini che oscillano continuamente tra il malinconico e l’assurdo. A volte funziona magnificamente. Altre volte sembra quasi che il regista abbia paura di guardare davvero in faccia la sofferenza dei suoi personaggi.

Il risultato è un film affascinante, elegantissimo e volutamente sfuggente, che probabilmente dividerà il pubblico proprio per la sua incapacità — o forse il suo rifiuto — di scegliere tra tragedia emotiva e ironia esistenziale.

Magnus: un uomo che non sa più come esistere

Al centro della storia c’è Magnus, interpretato da uno splendido Sverrir Gudnason. Lavora su un peschereccio, vive ormai separato dalla moglie Anna e vaga continuamente attorno alla vita della sua ex famiglia come un fantasma incapace di accettare la fine del matrimonio.

Magnus non urla, non esplode, non mette in scena drammi clamorosi. È semplicemente perso. E Pálmason costruisce il personaggio proprio attorno a questa sensazione di smarrimento silenzioso.

Lo vediamo presentarsi continuamente a casa di Anna, cercare occasioni per stare con i figli, partecipare a picnic e giornate in famiglia pur non appartenendo più davvero a quel nucleo. È una presenza costante ma fuori posto, quasi tragicamente patetica.

La cosa più interessante è che il film non cerca mai di trasformarlo in vittima o carnefice assoluto. Magnus è tenero, fastidioso, fragile e irritante nello stesso momento. Un uomo che non riesce minimamente a immaginare sé stesso al di fuori del matrimonio che ha perso.

Ed è qui che emerge tutta la malinconia del film: The Love That Remains parla di persone che continuano a gravitare una attorno all’altra anche quando l’amore è ormai diventato qualcosa di ambiguo, stanco e forse persino tossico.

The Love That RemainsAnna e il peso emotivo della compassione

Se Magnus rappresenta il vuoto lasciato dalla separazione, Anna incarna invece l’esaurimento emotivo di chi si sente costretto a continuare ad avere cura di qualcuno che non ama più davvero.

Saga Garðarsdóttir la interpreta con una freddezza solo apparente. Anna è un’artista, lavora all’aperto tra installazioni, metalli e fotografie, immersa nei paesaggi islandesi che Pálmason filma con la solita magnificenza quasi mistica. Ma sotto la calma emerge continuamente una stanchezza emotiva profondissima. Anna prova compassione per Magnus. E forse è proprio questo il problema.

Lo lascia entrare ancora nella vita familiare perché vede chiaramente quanto lui stia crollando. Ma ogni gesto di gentilezza sembra aumentare il peso della situazione. Ogni momento condiviso alimenta l’illusione che qualcosa possa ancora essere salvato. Il film lavora continuamente su questa ambiguità emotiva. Anna odia Magnus? Lo ama ancora? Oppure è semplicemente incapace di liberarsi completamente di lui? Pálmason non offre mai risposte nette. Preferisce restare sospeso nel caos emotivo della separazione reale, quella fatta di legami che non si spezzano mai davvero.

Il surreale invade il dolore

La vera novità rispetto ai precedenti lavori del regista è il modo in cui il film inserisce improvvise deviazioni surreali e comiche dentro una storia estremamente malinconica. Un gallo aggressivo diventa simbolo della mascolinità ferita di Magnus. Una volta ucciso, ritorna gigantesco in un incubo quasi horror. Una spada cade improvvisamente dal cielo in pieno stile Monty Python. Un critico d’arte sgradevole sembra finire vittima di una fantasia vendicativa degna di una dark comedy. Sono momenti strani, imprevedibili e spesso divertenti. Ma lasciano anche una sensazione ambigua.

Perché ogni volta che il film sembra pronto ad affrontare frontalmente il dolore emotivo dei personaggi, devia improvvisamente verso il grottesco o il visionario. Come se Pálmason non volesse permettere alla tragedia di diventare completamente insostenibile. Il risultato è una tragicommedia molto particolare, delicata e a tratti persino buffa, ma che rischia anche di attenuare l’impatto emotivo della storia. Ed è probabilmente qui che The Love That Remains perderà una parte del pubblico che aveva amato la durezza quasi spirituale di Godland.

The Love That RemainsL’Islanda di Pálmason resta ipnotica

Dal punto di vista visivo, però, Pálmason continua a essere uno dei registi europei più interessanti della sua generazione. I paesaggi islandesi vengono trasformati ancora una volta in qualcosa di quasi emotivo. Non sono semplici scenografie naturali, ma estensioni psicologiche dei personaggi: immense, fredde, isolate e bellissime. La fotografia cattura il vento, il mare, i campi e la luce con una precisione quasi pittorica. Ogni inquadratura sembra raccontare il vuoto interiore dei protagonisti senza bisogno di dialoghi esplicativi.

Anche il ritmo lento e contemplativo resta una firma fortissima del regista. The Love That Remains non ha alcuna fretta narrativa. Preferisce accumulare piccoli momenti quotidiani, silenzi imbarazzati e dettagli apparentemente insignificanti fino a costruire un senso costante di malinconia sospesa.

E quando il film si concede improvvise immagini simboliche — come la vecchia mina della Seconda guerra mondiale riemersa accanto al peschereccio di Magnus — emerge tutta la capacità di Pálmason di trasformare oggetti e paesaggi in metafore emotive.

The Love That Remains è imperfetto ma profondamente umano

The Love That Remains non possiede forse la forza devastante dei lavori precedenti di Hlynur Pálmason. Il tono ironico e surreale rende il film meno compatto emotivamente e alcune intuizioni sembrano interrompere il dolore invece di approfondirlo. Ma resta comunque un’opera estremamente personale, elegante e piena di sensibilità.

È un film che osserva la fine di un amore non come un’esplosione drammatica, ma come un lento e doloroso processo di smarrimento reciproco. Un racconto di persone incapaci di separarsi davvero, anche quando tutto sembra già finito. E proprio nella sua irresolutezza emotiva, nel suo oscillare continuo tra tristezza e assurdità, The Love That Remains riesce a diventare qualcosa di molto vicino alla vita vera.

The Love That Remains
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Sommario

E proprio nella sua irresolutezza emotiva, nel suo oscillare continuo tra tristezza e assurdità, The Love That Remains riesce a diventare qualcosa di molto vicino alla vita vera.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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