venezia 74 TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Arrivato direttamente a una nomination agli Oscar con la sua opera prima (In Bruges, nominato per la migliore sceneggiatura originale), Martin McDonagh si presenta al suo pubblico con il suo terzo lungometraggio, Tre manifesti a Ebbing, Missouri scritto e diretto da lui, secondo abitudine.

 

In Tre manifesti a Ebbing, Missouri la figlia adolescente di Mildred viene rapita, violentata e uccisa, e dopo sei mesi dall’accaduto la polizia sembra aver smesso di cercare il colpevole. Esasperata dalla sua sofferenza e dall’esigenza di giustizia per il destino di sua figlia, Mildred affitta tre grandi spazi pubblicitari fuori città su cui fa scrivere delle frasi che, con chiaro riferimento alla tragica sorte della figlia, si rivolgono alla polizia locale e allo sceriffo in particolare. Perché nessuno è stato ancora arrestato? L’evento non sarà chiaramente privo di conseguenze e lo spettatore viene catapultato in un intreccio di umanità dolente, in cui ognuno anela alla sua serenità.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è stato presentato a Venezia 74 e ha riscosso un successo davvero notevole, diventando in breve tempo il film con la migliore accoglienza al Lido. Basato prevalentemente sui personaggi, la storia mescola a intenzioni narrative elementari i grandi sentimenti che animano la parte più viscerale di ogni uomo e donna: la paura, la sofferenza, la rabbia, ma anche la capacità di perdonarsi e perdonare, l’amore nella sua forma più violenta, l’accettazione. Lungi dal realizzare un ritratto stereotipato di una cittadina americana tipo, Martin McDonagh si avvale di un racconto scarno ed essenziale per diramare il suo sguardo su tre perni principali, costruiti dai tre protagonisti: Frances McDormand, Sam Rockwell e Woody Harrelson.

Attori di sopraffino talento, portano in scena dei ruoli complessi e stratificati, proprio perché mutevoli nel corso della storia. La redenzione, il sollievo, la giustizia (che a un certo punto diventa pericolosamente simile alla vendetta): McDonagh fa tendere i suoi personaggi verso mete apparentemente irraggiungibili, che esigono il passaggio attraverso i luoghi più bui dell’anima, e può farlo soltanto grazie alla totale dedizione dei suoi attori ai ruoli che ha scritto per loro.

Nonostante l’estrema durezza di alcune situazioni messe in gioco, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è di una commovente delicatezza nel raccontare anche le fragilità di anime in pena, facendolo continuamente attraverso i toni sardonici e i confronti spietati di umanità allo stadio primordiale.

Abituati alla sua commedia nera, gli spettatori saranno spiazzati da un racconto di profondità e dolore insoliti per il regista di origini irlandesi che, pur giocando sempre con la vita e la morte, si prendeva meno sul serio. Eppure, nonostante i pericoli nascosti dietro alla serietà del racconto, McDonagh si conferma un grandissimo costruttore di caratteri, strutturati, seguendo quello che potremmo definire un realismo magico che li rende da una parte concreti essere umani con colpe, difetti e allo stesso tempo capaci di grandi meraviglie, dall’altra mette in piedi lo spettacolo della “surrealtà” che con ironia e divertimento si insinua in ogni singola battuta, nelle espressioni stanche della McDormand, nelle facce concilianti di Harrelson, perfino nel tormento fumantino del personaggio di Sam Rockwell.

La solida sceneggiatura di Tre manifesti a Ebbing, Missouri gli conferisce una potenza espressiva difficilmente rintracciabile nel cinema contemporaneo, giocando su sguardi, silenzi, complicità, alla ricerca del meglio dell’essere umano, prendendo atto del peggio, eppure perdonandolo.