A più di cinquant’anni dalla pubblicazione postuma del romanzo Una Questione Privata di Beppe Fenoglio, scrittore e partigiano, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani portano sul grande schermo un piccolo spaccato di storia d’Italia. Questo film, tuttavia, non è semplicemente l’ennesima rappresentazione cinematografica dell’epoca fascista italiana ma bensì la storia di un amore conteso e tormentato. Si parla dunque di un triangolo amoroso nel bel mezzo della resistenza, di un sentimento così forte da offuscare la mente del nostro protagonist, spingendolo a considerare anche gesti estremi.

 

Ne Una Questione Privata è l’estate del 1943 quando l’estroversa Fulvia (Valentina Bellè) incontra due giovani studenti, il mite Milton (Luca Marinelli) e l’affascinante Giorgio (Lorenzo Richelmy). I tre ragazzi passano mesi a giocare nei boschi, ad ascoltare musica e in generale a godere della reciproca compagnia. Ma mentre la civettuola Fulvia tiene sulle spine entrambi i ragazzi, nel mondo scoppia la Seconda Guerra Mondiale e i nazifascisti invadono l’Italia. E così un anno dopo ritroviamo Milton, ormai arruolato nei partigiani, in balia tra i ricordi di quella spensierata estate e l’orrore della sua quotidianità in trincea.

Una Questione Privata: il melodramma dei Fratelli Taviani al Festiva di Roma

Una Questione Privata

Quello dei Taviani è il vero e proprio dramma interiore di un uomo pazzo d’amore e di gelosia, alla disperata ricerca di una verità che sembra continuamente sfuggirgli dalle mani. La camera da presa segue infatti pedissequamente il protagonista della storia che si muove tra i boschi e le campagne piemontesi infestati dalla nebbia, come un fantasma in una casa stregata.

La storia è quindi molto semplice, quasi elementare, un classico triangolo amoroso, che però non fa che scontrarsi con una regia eccessivamente rigorosa e affettata. Tutto, dalla fastidiosissima nebbia digitale, al look fin troppo curato dei partigiani che tornando da uno scontro a fuoco, alla recitazione appesantita della Bellè e di Marinelli – molto lontano dalle glorie dello Zingaro di Lo Chiamavano Jeeg Robot -, contribuisce ad affossare un impianto narrativo debole e una sceneggiatura fin troppo scarna e ripetitiva.

Più vicina allo stile teatrale che a quello cinematografico, Una Questione Privata finisce purtroppo col sembrare invece una banale fiction televisiva, sovraccarica di inutili sentimentalismi, primo su tutti l’ossessiva ripetizione di Somewhere Over The Rainbow, leitmotiv dell’intera opera. I flashback, che dovrebbero fornire importanti informazioni sul passato dei tre protagonisti, non sono funzionali alla storia che sembra seguire le ‘regole’ del nonsense narrativo. L’esercizio di stile dei fratelli Taviani si traduce quindi, purtroppo, in un film assurdo e farraginoso, estremamente difficile da seguire e godere.