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Celebre per il suo Prima della pioggia, Leone d’Oro alla 51ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista macedone Micho Manchevski presenta ora alla Festa del Cinema di Roma il suo nuovo film, intitolato Willow. Girato tra la Macedonia del Nord e l’Ungheria, la pellicola è suddivisa in tre storie, ognuna delle quali con protagonista una donna. Tre storie agrodolci che esplorano i temi dell’amore, della fiducia e della maternità.

La prima di queste è ambientata nel Medioevo, dove un’anziana donna si offre di aiutare una giovane coppia che non riesce a concepire. In cambio chiederà tuttavia il loro primogenito. Nelle due storie successive, ambientate in epoca contemporanea, si affronteranno invece le questioni riguardanti la fecondazione assistita e l’interruzione della gravidanza, il tutto attraverso gli occhi di due sorelle.

Willow, il desiderio di maternità

“Willow” è il termine inglese per la pianta salice, il cui significato più comune è quello di dolore e lacrime. Non a caso, dunque, è un elemento così ricorrente all’interno del film. Questo attraversa le storie messe in scena nel film, le congiunge spazialmente e tematicamente. E numerosi oltre a questo sono i richiami presenti tra i tre episodi, oggetti o avvenimenti che ritornano e si ripresentano sotto differenti declinazioni, ma tutti mirati a narrare della medisima cosa, ovvero del desiderio di maternità, di come questo germogli e si sviluppi, di cosa renda davvero “madri”.

Si parte da un primo episodio ambientato in un indefinito periodo medievale, dove si parla di maledizioni, rituali da eseguire e forte devozione nel divino. Un episodio visivamente affascinante, che cattura inizialmente per i suoi spazi e per i sentimenti primordiali che animano i personaggi, capaci di macchiarsi di terribili peccati pur di preservare ciò amano. Da qui si viene bruscamente catapultati per le strade di una città di oggi, dove quei peccati sembrano ricadere sui discendenti di chi li ha commessi. Sono cambiati i tempi, ma il desiderio di maternità rimane invariato, costretto tuttavia ad affrontare nuove sfide.

Ed è finalmente qui, con il secondo e terzo episodio che il regista può spalancare le porte allo spettatore, permettendogli di entrare nel suo mondo. Di scontrarsi con le vite apparentemente normali di due donne, le quali portano tuttavia su di loro i segni di quell’antico peccato, costrette a vivere le incertezze date dal complesso mondo della fertilità oggi.

Il regista cerca allora di raffigurare nella maniera più semplice e fedele possibile i drammi di chi si trova a vivere una tale situazione, e lo fa mettendosi al servizio della storia, senza forzare la mano dell’autore ma lasciando che siano i personaggi a lasciar trasparire la storia. Il risultato è uno struggente ritratto che scava alle radici del desiderio di essere madre, portando alla luce una verità rintracciabile anche nel tematicamente simile Un affare di famiglia, il film del regista giapponese Hirokazu Kore’eda vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018.

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Willow: cosa fa di una donna una madre?

Pur trattando temi attuali come la fecondazione assistita, l’aborto, l’adozione e quant’altro sia legato al fragile mondo della maternità, il film si concede il piacere di non apportare un giudizio morale a tutto ciò. Al contrario sempre più appare chiaro quello che sembra essere il cuore del film, racchiuso nell’ultimo breve ma intenso episodio del film. Il regista compie un lungo percorso per arrivarvi, talvolta rischiando di depistare lo spettatore, ma arriva infine a porre, senza pronunciarla esplicitamente, la domanda su cosa faccia di una donna una madre. È sufficiente avere un figlio per diventare tale? La risposta sembrerebbe negativa, ed è tutt’altro che scontata.

Quella che appare come l’unica vera madre del film è anche l’unica che non lo è di sangue. L’essere madre allora sembra derivare non esclusivamente dall’atto di generare, ma anche dal rapporto che si costruisce con il proprio figlio. Dal dolore e dagli affanni, dalle preoccupazioni e dai sacrifici che si compiono in suo nome. È proprio per questo che nel chiudersi con un campo e controcampo del sorriso reciproco di madre e figlio, il film trova un suo compimento naturale, ed emotivamente toccante.