YO-YO MALa potenza e l’universalità della musica possono essere armi pacifiche per alimentare il dialogo e lo scambio interculturale tra i popoli. Ne è convinto il celebre violoncellista cino-americano Yo-Yo Ma, che nel 2000 dà vita a un collettivo multietnico di circa 50 musicisti. Dopo l’11 settembre, il progetto si rafforza concretizzandosi nel Silk Road Ensemble, sei dischi e diversi tour internazionali all’attivo, protagonista del documentario Yo-YO MA e i musicisti della Via della Seta, distribuito in Italia da I Wonder Pictures dopo il passaggio al Biografilm Festival di Bologna.

Dietro la macchina da presa c’è Morgan Neville, veterano di doc musicali, premio Oscar con 20 Feet from Stardom e regista di Best of Enemies, che racconta lo spirito e l’evoluzione di questo esperimento ispirato all’antico ponte di scambi tra Oriente e Occidente e fortemente voluto da Yo-Yo Ma, la cui carriera – da bambino prodigio ad artista di caratura internazionale – matura nella volontà di perseguire uno scopo più grande: la ricerca di un linguaggio musicale universale, che prende corpo nel suono espresso dal collettivo. Ogni membro dell’Ensemble porta nell’esperienza non solo il proprio background personale, ma anche le tradizioni musicali della propria terra.

Yo Yo MaIl documentario si concentra in particolare sulle storie emblematiche di quattro membri, oltre a Yo-Yo Ma: il clarinettista siriano Kinan Azmeh, che non si rassegna ai traumi che vive ormai da anni la sua patria; Wu Man, eccezionale interprete della pipa, il tradizionale liuto cinese, che teme la definitiva scomparsa dell’antico patrimonio strumentale del suo paese iniziata con la Rivoluzione Culturale di Mao; il maestro iraniano del Kamanche (strumento ad arco persiano) Kayhan Kalhor, co-fondatore con Yo-Yo Ma del Silk Road Ensemble, che non riesce a vivere e a esibirsi in Iran; e Cristina Pato, virtuosa della gaita, la tipica cornamusa galiziana, che anche a seguito della malattia della madre, si interroga sul modo migliore per tutelare e rilanciare la memoria musicale della Galizia.

Tra immagini di archivio, interviste faccia a faccia ed esibizioni, il documentario non entra nella “vita” dell’orchestra, come fa ad esempio la serie tv Mozart in the Jungle, ma attraverso cinque voci carismatiche esalta e sostiene l’ideale di fondo di questo progetto cosmopolita, che diventa una sorta di manifesto programmatico: la musica può costruire un terreno comune di dialogo e confronto per il mondo intero, senza per questo sradicare le radici delle singole comunità ma anzi trovando il modo di dar loro nuova linfa e un futuro possibile. Resta il rammarico di non sentire il Silk Road Ensemble esibirsi di più nel corso del film, perché la musica sa esprimere i suoi messaggi più di tante parole.