Race – il colore della vittoria recensione del film di Stephen Hopkins

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Race - il colore della vittoria 2La storia dello sport mondiale annovera alcuni avvenimenti fondamentali per la costruzione dell’identità nazionale e soprattutto, della consapevolezza sociale, etica e politica. Sul ring, Muhammad Ali espresse il suo rifiuto di combattere in Vietnam (celebre lo sfogo ai microfoni dell’epoca “Ali, sai dov’è il Vietnam?” “Si, in tv”), e per questo gli fu negata la licenza sportiva; nel 1968, durante le Olimpiadi di Città del Messico, gli atleti Tommie Smith e John Carlos salirono sul podio dei 200m chinando il capo durante l’inno americano e alzando in aria il pugno chiuso con un guanto nero, come gesto di solidarietà alla popolazione nera vittima di ingiustizie. I due furono successivamente sospesi, espulsi e minacciati di morte.

Prima di loro, Jesse Owens scrisse una storia ancora più importante, in un tempo dove la dignità dell’uomo non era una valore celebrato, neanche sul campo neutro e solitamente rispettoso di una gara olimpica, simbolo di unione, rigore e celebrazione. La sua incredibile impresa viene oggi raccontata da Race – Il colore della vittoria, il film di Stephen Hopkins che vede protagonisti Stephan James, Jason Sudekis e Jeremy Irons: nel 1936 James Cleveland Owens conquista ben quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino, sullo sfondo di una guerra pronta ad invadere le strade d’Europa e a viaggiare oltre i confini della Germania nazista di Hitler. Grazie al sostegno del suo allenatore Larry Snyder, Owens si unirà alla squadra di atletica nonostante il comitato olimpico sportivo americano volesse boicottare l’evento.

Per struttura e intenzioni, ci troviamo davanti un esempio di melodramma che attinge qua e là dal genere sportivo più classico: da una parte le ambientazioni e il tono epico di ogni impresa ricordano in maniera piuttosto ovvia Unbroken, il film di Angelina Jolie uscito lo scorso anno sulla vera storia di Louie Zamperini, dall’altra manca totalmente il fascino nel rapporto educativo allenatore-allievo spesso violento, qui risolto attraverso tanti stereotipi e fin troppo buonismo. Se poi ripensiamo alle meravigliose riprese di Roger Deakins in Unbroken, qui si assiste ad un insieme posticcio di scenografie in cgi, fotografia piattissima e una regia estremamente dimessa.

Quando poi il melò si intreccia alle ragioni storiche, il film perde ritmo trasformandosi nel più mediocre dei racconti, e il percorso di Jesse Owens, un eroe la cui impresa ha scritto pagine memorabili e di per sé perfettamente sceneggiate, traduce per il grande schermo l’ennesima patetica storia d’amore e riscatto. Corrono in soccorso della caduta libera le parentesi con Jeremy Irons nel ruolo di un diplomatico, che in fin dei conti sono le parti più interessanti messe in scena. Lo scontro tra gli Stati Uniti finto-progressisti e la Germania nazista ha la forza di un fiammifero destinato a spegnersi in fretta sotto le note ingombranti e insistenti di un dramma come tanti altri, già visto e sentito, di cui non sentivamo bisogno ma che di certo farà conoscere allo spettatore la storia di un grande personaggio della storia contemporanea.Race - il colore della vittoria

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Cecilia Strazza
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Caporedattore di Vertigo24.net e collaboratore per Cinefilos.it. Amo il gelato, i tortellini in brodo ma ancora di più il cinema. Non so cosa sarei e cosa farei senza Sofia Coppola, Noah Baumbach e John Hughes.