Problema: il piccolo Ang parte per Venezia con un caricabatterie per iPhone. Un caricabatterie per iPhone costa circa 13 euro. Bestemmiare non costa niente, ma nel 50 % delle possibilità che Dio esista ti abbassa di almeno una ventina di punti la possibilità di varcare le porte del Paradiso. Possiamo stimare approssimativamente in 149,99 euro il valore economico di questa perdita di credito spirituale. Se il piccolo Ang dovesse eventualmente perdere il caricabatterie per iPhone durante una normale giornata lavorativa, il danno sarebbe minimo e non varrebbe la pena di bestemmiare, considerato anche il tempo di circa 2/5 secondi che si perde per le imprecazioni più elaborate e che ha un costo valore di circa 3 euro a bestemmia, quattro nelle giornate più intense. Conviene piuttosto andare al primo negozio disponibile e sostituirlo, perdendo quei dieci/venti minuti di tempo che corrispondono all’incirca a 4.500 euro. Ora, se la perdita del suddetto caricabatterie dovesse invece avvenire, diciamo per esempio, durante la Mostra del Cinema, quando non c’è nè il tempo nè il negozio, quanti milioni di miliardi di euro perderebbe in bestemmie il piccolo Ang? La risposta nel prossimo film di Christopher Nolan.

 
 

 

Oggi la giornata viene aperta dal nuovo film di Andrew Haigh Lean on Pete, che racconta una storia la cui originalità mi ha lasciato di stucco: l’amicizia tra un bambino e un cavallo. È comunque meno sfrangicoglioni di War Horse di Steven Spielberg – e non fate i candidi, con i vostri ‘ma dai. Che cazzo hai ritirato fuori! War Horse, e chi se lo ricordava’. Quando è uscito lo avete esaltato. Ho gli screen – e dura meno, quindi lo accettiamo. Sono ancora provato dalla mia ora e mezza passata sotto al sole per farmi il selfie con Guillermo del Toro, che qui a Venezia, per questioni logistiche con cui ora non vi tedio, è molto più difficile che a Cannes stalkerare gli animali famosi, e si può fare senza pagarne le conseguenze solo se, in sostanza, non c’hai un cazzo da fare. E giuro su Nicolas Cage, non è il caso mio. Piove lammerda – e qualcuno deve metterci un ombrello, e chi chiamerai? – quindi la giornata non parte sotto il migliore degli auspici, ma in compenso gli omini delle pulizie indossano delle vistose mantelline gialle, quindi è un attimo cooptarne uno con l’atroce stratagemma del ‘è una foto per un servizio’ e poi convertire il tutto in un post cazzone su It, fingendo che io sia l’assassino e lui il mio povero Georgie.

Giusto per confondere le acque visto che ieri la Carducci si è assentata un attimo giusto per andare a Madrid – lei lo fa come noi andiamo un attimo dal tabaccaio – a fare qualcosa di molto segreto che però riguarda ovviamente (e lo dico solo perché ho visto delle sue foto inquietanti su facebook) l’atteso horror tratto dal capolavoro di Stephen King, ma tranquilli che Pennywise non l’ha trattenuta e si hanno notizie che stia per tornare nel mondo dei vivi.

Questa zingarata dell’uomo in mantellina gialla mi svolta sostanzialmente la giornata, da un punto di vista psicologico. Dopodiché c’è un film Netflix con Robert Redford e Jane Fonda, bellissimi, bravissimi, simpaticissimi, intelligentissimi, premiati stasera con il Leone alla Carriera, a cinquant’anni da A piedi nudi nel parco. Per la durata di tutto l’incontro stampa non fanno altro che amoreggiare suggerendo al pubblico quanto volentieri avrebbero scopato e quanto gli dispiace che ogni volta fossero impegnati in altre relazioni. Il che è bellissimo, ma non se ti trovi nella condizione di chi non ha fatto nemmeno in tempo a pisciare (e non voglio fare la vittima sottolineando per l’ennesima volta quanto pisciare, nella mia condizione di calcolato renale, risulti di vitale importanza). Quaranta minuti di cicci cicci dopo, riesco finalmente a liberare la vescica e vi assicuro che il film che ho visto in quel momento, ricco di musiche celestiali e colori sgargianti, merita il Leone d’oro molto più di qualsiasi altra corbelleria ci si possa propinare nei prossimi giorni. Il film, Our Souls at Night, è un acclamatissimo prodotto originale Netflix, un’altra originalissima (e due) storia di vecchi che si innamorano, ma la colpa è mia, che certe cose importanti della vita mi sfuggono: avrei dovuto capirlo a ‘prodotto originale Netflix’, che era na cazzata.

Ang

Anche io ero al film con la nostra amichetta Fonda, perché ‘cavallo zoppo + bambino’ se lo scrivi sul motore di ricerca della mia capoccia viene fuori ‘colcazzo’. Piove in maniera esagerata, ormai abbiamo le branchie, infatti volevo sentire Guillermo se per caso vo fa i casting già da ora per il sequel di The Shape of Water. L’umidità è del 99%, si dice ‘Lido’ ma sembra un varco temporale tra Bangkok e Modena, che voi non lo sapete ma so città gemellate grazie alla condivisione di un microclima delicato dove crescono rigogliosi licheni e giovani mutanti. Oggi è stata anche la giornata di Suburra la serie, e io – naturalizzata modenese cor còre sempre romano – a sentì tutti quei ‘daje’ ho respirato aria de casa, anche perché qua grazie all’umidità non si respira. Comunque fondamentalmente i primi due episodi parlano di fatti scabrosi e un pop-porno che succedono in una Roma magnacciona e che coinvolgono palazzinari, preti, periferie e Alessandro Borghi.

Come dite? Vi ricorda qualcosa? Non capisco perché. Concludo con una buona notizia: gli immigrati regolarizzati che fanno i camerieri qui al Lido so più ospitali e hanno più rudimenti di marketing rispetto ai proprietari per i quali lavorano. Forse dovrei dirlo a Segre per il film che presenterà a Venezia l’anno prossimo, ovviamente con Battiston.

Alessandro Borghi suburra la serie

SCENA POST CREDITS (di Chiara Guida)

Oggi mi approprio indebitamente dello spazio di Ang & Vì per condividere con voi un avvenimento che ha dello straordinario e che si addice particolarmente ai toni elevati di questo blog.

Mentre ero in sala stampa, immersa nei miei pensieri (che sono quasi sempre al Festival legati a cibo, acqua e turnazione nel bagno della casa affollata), un signore si avvicina e, tendendomi la mano, dice: “Io domani vado a sciare” e contento si allontana. Non faccio in tempo a sentirmi disorientata che lo vedo ripetere la stessa scena con TUTTI i colleghi in sala stampa.

E niente, è già abbastanza assurdo così, senza che aggiunga altro.