Cate Blanchett ha lanciato una dura riflessione sullo stato dell’industria cinematografica durante un incontro al Cannes Film Festival, sostenendo che il movimento #MeToo sia stato “ucciso molto velocemente” nonostante i problemi sistemici emersi negli ultimi anni continuino a esistere. L’attrice premio Oscar ha parlato apertamente della persistente disparità di genere sui set cinematografici, raccontando di trovarsi ancora oggi in produzioni dove “ci sono 10 donne e 75 uomini”, definendo questi ambienti “omogenei” e creativamente limitanti.
Durante la conversazione con il moderatore Didier Allouch, Blanchett ha ricordato il ruolo centrale avuto nel 2018 quando, da presidente della giuria di Cannes, guidò la storica marcia delle 82 donne sui gradini del Palais des Festivals insieme a figure come Kristen Stewart, Léa Seydoux, Ava DuVernay e Agnès Varda. Quel numero rappresentava simbolicamente le sole 82 registe che fino ad allora avevano partecipato alla competizione di Cannes, contro 1.866 uomini. Blanchett ha sottolineato come il #MeToo abbia rivelato “uno strato sistemico di abusi” presente non solo nell’industria cinematografica ma in tutta la società, criticando il fatto che il dibattito pubblico si sia progressivamente affievolito.
Le sue parole assumono un peso particolare perché arrivano in un momento in cui Hollywood sembra aver ridotto drasticamente la centralità del discorso pubblico sulle disuguaglianze di potere e sulle condizioni lavorative nell’industria. Dopo l’esplosione del #MeToo tra il 2017 e il 2018, molte grandi produzioni avevano promesso trasformazioni strutturali che, secondo Blanchett, appaiono oggi molto meno visibili nella pratica quotidiana dei set.
Cannes continua a essere il luogo dove Hollywood discute le proprie contraddizioni
Non è casuale che Cate Blanchett abbia scelto proprio Cannes per riaprire questo discorso. Negli ultimi anni il festival francese è diventato uno dei pochi spazi internazionali in cui le star hollywoodiane affrontano apertamente questioni politiche, culturali e industriali che negli Stati Uniti vengono spesso trattate con maggiore cautela.
Il riferimento alla composizione dei set è particolarmente significativo. Blanchett non si limita a parlare di rappresentanza simbolica, ma collega direttamente la diversità alla qualità creativa del lavoro cinematografico. Quando afferma che “le battute diventano sempre le stesse”, l’attrice suggerisce che ambienti dominati quasi esclusivamente dagli uomini non producono soltanto squilibri di potere, ma anche un impoverimento culturale e artistico.
Anche l’intervento di Julianne Moore, che a Cannes ha raccontato di essersi trovata su un set dove le uniche donne erano lei e una tecnica di macchina, rafforza l’idea che il problema resti strutturale nonostante anni di discussioni pubbliche.
La posizione di Blanchett è inoltre interessante perché evita sia il trionfalismo sia il pessimismo assoluto. L’attrice riconosce che alcune cose siano cambiate rispetto agli inizi della sua carriera, ma sostiene che il ritmo del cambiamento sia stato molto più lento del previsto. E il fatto che una delle figure più potenti e rispettate del cinema contemporaneo senta ancora il bisogno di denunciare questi squilibri dimostra quanto la trasformazione dell’industria sia lontana dall’essere completata.
