Quando si pensa alla possibile manipolazione di ogni informazione, in genere, si fa riferimento alla rete, alle immagini digitali. Ma già il fotografo Hippolyte Bayard, nel 1840, aveva dimostrato che era possibile falsificare una fotografia, facendo in modo che mostrasse qualcosa che non era la realtà, con il celebre scatto dell’autoritratto del morto annegato, in cui si ritraeva in posa da defunto. Ma questo vale anche per le informazioni di altro tipo, come quelle relative a confessioni di crimini terribili, a deposizioni, a perizie psichiatriche.

 

The Confession of Thomas Quick è un caso lampante di questo tipo di manovrabilità. Il documentario, realizzato dal britannico Brian Hill, racconta la vicenda giudiziaria e umana di Sture Ragnar Bergwall, un uomo che ha passato 23 anni della sua vita in un manicomio criminale, a causa di gravi disturbi della personalità e dove ha confessato di aver rapito, ucciso e stuprato otto ragazzini.

Dopo una gogna mediatica, molteplici condanne e una fama assolutamente non meritata, Bergwall ha smesso di foraggiare con le sue storie i suoi psichiatri, mandando in crisi il metodo della clinica di Saeter, che credevano che se si portavano alla luce traumi subiti durante l’infanzia dal criminali, questi avrebbero smesso di compiere atti violenti.

Per anni, Bergwall si è addossato omicidi e nefandezze che non erano sue, inventando anche di sana pianta un trauma infantile, macabro e violento, che avrebbe innescato in lui l’esigenza di compiere questi atti. Questa situazione l’ha posto in uno status di superstar all’interno della clinica, dove gli venivano fornite tutte le droghe di cui aveva bisogno.

Nel momento in cui nella clinica arriva un nuovo medico che impone a Thomas/Sture di disintossicarsi, questo smette di fornire dettagli e di confessare omicidi. La stampa e altri medici e psichiatri cominciano a interessarsi a questo caso e alla misteriosa interruzione delle confessioni. Misteri e stranezze che hanno permesso alle persone giuste di porsi le giuste domande, in modo tale che alla verità è stato concesso di venire alla luce.

La vicenda, completamente assurda per molti versi, conferma la monipolabilità dell’informazione, del dato, di ogni aspetto della vita umana che, per essere presentato, necessita di un veicolo, anch’esso umano, e inevitabilmente orientato da una volontà.