Il vero significato del titolo Come uccidono le brave ragazze: perché la serie Netflix parla soprattutto della perdita dell’innocenza

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Il titolo Come uccidono le brave ragazze sembra inizialmente quello di un classico thriller young adult costruito attorno a un omicidio e a un mistero scolastico. Ma man mano che la storia di Pip Fitz-Amobi si sviluppa, diventa evidente che il significato del titolo è molto più profondo e inquietante. La serie Netflix tratta dai romanzi di Holly Jackson non parla infatti soltanto di ragazze vittime di crimini, ma del modo in cui la pressione sociale, il trauma e l’ossessione per la verità finiscono lentamente per distruggere l’identità stessa delle persone considerate “brave”.

Fin dalla prima stagione, Pip appare come la perfetta studentessa modello: intelligente, empatica, determinata e moralmente convinta di poter distinguere chiaramente il bene dal male. La sua indagine sul caso Andie Bell nasce quasi come un progetto scolastico, qualcosa che dovrebbe semplicemente ristabilire la verità. Ma il cuore della serie sta proprio nel mostrare come quella convinzione inizi lentamente a crollare episodio dopo episodio. Più Pip si avvicina ai segreti di Little Kilton, più perde pezzi della propria innocenza emotiva e della propria stabilità psicologica.

Ed è qui che il titolo assume un doppio significato. Non parla soltanto delle ragazze che vengono letteralmente uccise o distrutte dalla violenza, ma di come la società consumi lentamente le “brave ragazze”: quelle che devono sempre essere perfette, responsabili, mature e moralmente corrette. Pip entra nell’indagine convinta di poter salvare gli altri attraverso la verità, ma la serie suggerisce continuamente che la ricerca ossessiva della verità può diventare essa stessa una forma di autodistruzione.

Pip Fitz-Amobi rappresenta la trasformazione della “brava ragazza” in qualcuno disposto a perdere tutto pur di conoscere la verità

Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2

La vera forza della serie sta nel modo in cui trasforma gradualmente Pip da protagonista YA relativamente classica a personaggio molto più ambiguo e complesso. Nella prima stagione, la ragazza crede ancora che ogni mistero abbia una soluzione razionale e che la giustizia possa davvero sistemare il dolore lasciato dalle tragedie. Ma più il racconto avanza, più quella visione idealistica si incrina.

La seconda stagione sembra spingere ancora di più in questa direzione. Pip non vuole più investigare, perché ormai comprende quanto il trauma delle sue scoperte abbia cambiato lei stessa e le persone attorno a lei. Eppure non riesce davvero a fermarsi. La ricerca della verità è diventata quasi compulsiva, qualcosa che la consuma dall’interno. È un’evoluzione molto interessante perché sposta la serie dal semplice teen mystery verso un thriller psicologico sul peso morale dell’ossessione investigativa.

Anche il titolo originale inglese, A Good Girl’s Guide to Murder, funziona in modo simile. La parola “guide” suggerisce inizialmente qualcosa di quasi ironico o scolastico, ma col tempo diventa sempre più disturbante: Pip sta inconsapevolmente costruendo una guida non tanto per risolvere un omicidio, quanto per capire come la violenza e il segreto trasformino lentamente chi li affronta.

La serie Netflix usa il thriller YA per parlare di pressione sociale, trauma e identità femminile

Come uccidono le brave ragazze henry ashton max
Credit © Netflix

Uno degli aspetti più intelligenti di Come uccidono le brave ragazze è che utilizza la struttura del mystery adolescenziale per affrontare temi molto più contemporanei e realistici. Little Kilton non è soltanto una cittadina piena di segreti: è un luogo dove tutti devono mantenere un’immagine pubblica accettabile, nascondendo continuamente dolore, rabbia e manipolazione dietro la normalità quotidiana.

Le “brave ragazze” della serie sono infatti continuamente schiacciate dalle aspettative degli altri. Devono essere credibili, educate, responsabili, perfette. Ma il mondo attorno a loro è profondamente corrotto. E la serie suggerisce che questa pressione finisca inevitabilmente per spezzarle emotivamente. Pip rappresenta proprio questa contraddizione: più cerca di restare moralmente corretta, più viene trascinata in una realtà dove nessuno è davvero innocente.

È anche per questo che la saga di Holly Jackson funziona così bene rispetto a molti altri thriller YA contemporanei. Non usa il mistero soltanto come intrattenimento, ma come strumento per raccontare il momento in cui l’adolescenza lascia spazio alla consapevolezza adulta, con tutto il peso psicologico che questo comporta.

E forse il vero significato del titolo è proprio questo: non raccontare semplicemente come muoiono le brave ragazze, ma mostrare come il mondo le costringa lentamente a smettere di esserlo.

Redazione
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