En el barro 2: spiegazione del finale e chi paga per la morte di Julián

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La stagione 2 di En el barro (In the Mud) riporta lo spettatore dentro i corridoi brutali di La Quebrada, trasformando il carcere femminile in un ecosistema politico dove ogni alleanza è una moneta e ogni errore costa sangue. Gladys “La Borges” Guerra rientra in prigione dopo un tentativo fallito di reinserimento nella società, ma il vero shock non è il ritorno dietro le sbarre: è scoprire che la piramide del potere è cambiata. Al vertice ora c’è Gringa Casares, che controlla l’“outing business”, il sistema corrotto che mette in connessione detenute e guardie per operazioni notturne di adescamento e rapina. È un’economia criminale che regge La Quebrada come un governo ombra: chi la gestisce, decide la vita e la morte.

L’innesco emotivo che spinge Gladys a sporcarsi di nuovo le mani non è l’ambizione ma la famiglia. Il rapimento del nipote la costringe a muoversi in un territorio dove non può più restare neutrale. E qui la stagione fa la sua mossa più efficace: intreccia la guerra interna per il controllo del carcere con un ricatto esterno, facendo collassare dentro La Quebrada la stessa logica del mondo fuori. La prigione diventa una cassa di risonanza: ogni scelta “strategica” produce conseguenze intime, e viceversa.

Il finale, in particolare, funziona perché non cerca un colpevole “giusto”, ma un colpevole “utile”. La domanda “chi prende la colpa per la morte di Julián?” non è un giallo: è il cuore del meccanismo di potere. Non vince chi dice la verità, ma chi riesce a imporla.

Chi prende la colpa per la morte di Julián e perché Aquino punisce Antín

La morte di Julián è l’evento che svela il vero volto dell’istituzione. Il ragazzo viene sequestrato da Gladys come mossa disperata per ottenere uno scambio con Aquino (un figlio per un figlio), ma l’operazione si inceppa quando la guerra tra Gringa e Zurda manda in crisi l’intero sistema delle uscite notturne. A quel punto entra in gioco la dirigenza: Beatriz, la direttrice, e Antín, figura chiave del controllo interno, scoprono il rapimento prima che lo scambio possa avvenire. Da lì la serie si sposta su un piano più oscuro: non è più il crimine delle detenute a determinare gli esiti, ma la necessità dell’apparato di coprire le proprie tracce.

Antín comprende che Julián, se tornasse vivo dal padre, trasformerebbe La Quebrada in un obiettivo. Non per moralità, ma per vendetta: Aquino saprebbe esattamente chi colpire e dove colpire. La soluzione estrema scelta da Antín — far sparire definitivamente il problema — non è un colpo di scena gratuito, è l’esito logico di un potere che si auto-protegge. Nel linguaggio della stagione 2, la vita di Julián diventa un rischio reputazionale e operativo. E quando un sistema è corrotto, il rischio si elimina, non si gestisce.

Il passaggio decisivo del finale è il tentativo di Antín di scaricare la responsabilità su Gladys. La “capra espiatoria” perfetta: detenuta, recidiva, legata a un piano di ricatto. Ma Aquino non si lascia manipolare. Qui la serie è precisa: il boss non è presentato come giusto o umano, ma come lucido. Ha abbastanza elementi per ricostruire la catena dei comandi e, soprattutto, ha un secondo testimone disposto a vendersi la verità per vendetta: Beatriz, che Antín aveva già cercato di usare come parafulmine per il caos interno al carcere. È una dinamica classica di potere: quando tradisci un alleato, gli stai insegnando a distruggerti.

Per questo, nel finale, non è Gladys a “pagare” per la morte di Julián. A pagare è Antín, perché Aquino riconosce in lui il vero nodo: non l’esecutore materiale, ma l’uomo che ha trasformato un rapimento “negoziabile” in un omicidio “irreparabile” per preservare se stesso. La punizione ha anche un valore simbolico: non è solo vendetta, è ristabilire gerarchie. Aquino mostra che nessun funzionario può giocare con la sua famiglia e pensare di uscirne pulito.

Gringa muore? Perché il potere passa a Zurda e cosa cambia davvero a La Quebrada

Parallelamente alla vicenda di Julián, la stagione costruisce l’inevitabilità della caduta di Gringa. Il suo dominio si fonda su una gestione predatoria dell’outing business: Zurda e le sue fanno il lavoro sporco, Gringa incassa e controlla. È un modello coloniale interno al carcere, e infatti genera resistenza. La serie chiarisce che Gringa non è solo un’antagonista personale, è un assetto di potere incompatibile con l’equilibrio fragile di La Quebrada. Troppa concentrazione, troppa violenza, troppa arroganza: prima o poi qualcuno ti presenta il conto.

La svolta arriva quando Gladys, fallita la strada dello scambio con Julián, ha bisogno di un uomo fuori capace di agire. Entra in scena Lalo, legato a Zurda, e la trattativa è brutalmente coerente con il mondo della serie: aiuto in cambio di appoggio politico. Il carcere come Stato parallelo, con patti, alleanze e colpi di mano. In questo senso, Gladys è il personaggio che meglio rappresenta la “politica della sopravvivenza”: non si muove per ideologia, ma per necessità, e proprio per questo diventa una pedina decisiva.

Lo scontro finale in cortile è costruito come un rovesciamento di regime. Zurda non vince perché è più “buona”, vince perché ha più consenso e perché sa usare le crepe del sistema. Gringa e la figlia finiscono isolate, circondate, senza la rete di paura che le proteggeva. La loro morte non è solo un epilogo violento: è l’esecuzione di una sentenza collettiva. La Quebrada non perdona chi rompe il patto implicito della convivenza carceraria, quello per cui il potere può essere sporco, ma deve restare funzionale. Gringa era caos che si credeva ordine.

Eppure il dettaglio più importante è quello che viene dopo: il sistema continua. Antín — prima di essere punito — aveva bisogno di un capo per far ripartire l’operazione. È qui che la serie mette il coltello nella piaga: la rivoluzione non abolisce la corruzione, la redistribuisce. Zurda prende il comando e paga “formalmente” un prezzo (isolamento, conseguenze gestibili), ma il carcere resta un dispositivo di sfruttamento. La stagione 2 non racconta la liberazione: racconta il ricambio delle élite.

Nicole e Solita riescono a scappare? Il finale come fuga dall’industria della prigione

Dentro questa guerra di potere, la storyline di Nicole e Solita lavora su un’altra idea: la prigione come macchina economica che ti divora. Nicole entra nell’outing business per sopravvivere e sostenere la famiglia fuori, e la sua relazione con Solita è un atto di resistenza intima in un contesto dove l’intimità è sempre un rischio. La serie maneggia materiale duro (abusi e violenze) e il punto narrativo non è lo shock, ma la funzione: mostrare quanto rapidamente un sistema senza tutele trasformi i corpi in oggetti di scambio e punizione.

Il loro finale è, tra tutti, quello più “classico” e per questo più potente: la fuga. Non una fuga romantica, ma una fuga costruita con opportunismo, paura e strategia. L’elemento chiave è il denaro: Nicole usa l’occasione offerta da Julián per ottenere risorse, poi prepara l’uscita con l’aiuto della madre. Quando Zurda rilancia le uscite notturne, Nicole e Solita sfruttano la normalità ritrovata come copertura perfetta: la libertà non arriva quando il sistema è in crisi, arriva quando il sistema riparte e abbassa la guardia.

Il senso del loro epilogo è netto: l’unico modo per vincere davvero a La Quebrada non è diventare regina, è sparire dalla mappa. È anche un contrappunto morale alla scalata di Zurda: mentre il potere si ricompone, chi vuole una vita deve scappare. In una serie così cinica, questo è un lieto fine possibile, ma non consolatorio: la fuga è l’eccezione, non la regola.

Helena e Cristian: perché il finale taglia il legame e cosa dice sulla “verità” in prigione

En El Barro 2 finale

La storyline di Helena è quella più scomoda e la serie la usa come test di coerenza per la comunità carceraria. Helena è introdotta come figura “utile” e quasi rispettata, ma il suo segreto ribalta completamente la percezione. Il punto, qui, non è indugiare nei dettagli (che restano estremamente delicati), ma osservare la dinamica: in carcere la reputazione è protezione, e quando crolla, crolla tutto. La reazione delle detenute — violenta e immediata — mostra come La Quebrada non abbia giustizia, ma codici: chi viola certe linee perde ogni diritto informale alla sicurezza.

Il finale, con Cristian che prende coscienza e recide il legame, ha una funzione narrativa precisa: interrompere la manipolazione. È uno dei pochi momenti in cui la stagione 2 concede un atto di “riparazione” fuori dal circuito del potere. Non risolve il trauma, ma spezza la catena. E serve anche a ricordare che, per quanto La Quebrada sia il centro della serie, le sue onde d’urto arrivano ovunque: famiglie, figli, comunità, futuro.

Redazione
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