Mob City 1×04 recensione dell’episodio di Frank Darabont

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    Il quarto episodio di Mob City  ispirato al romanzo di John Buntin L.A. Noir, propone un inizio finora inedito dal punto di vista narrativo. Niente flashback, ma al contrario un’immersione sprint nell’azione: l’arresto di Bugsy Siegel (Edward Burns) al ritorno dai suoi affari poco leciti in quel di Las Vegas da parte di Bill Parker (Neal McDonough). Ecco il faccia a faccia tra il bianco e il nero della città, tra il Capo della Polizia e uno dei più pericolosi criminali d’America. Parker ha vinto, ma solo apparentemente. Bill “il boy scout” ha infatti 26 ore per trovare le prove che inchiodino Siegel, altrimenti la sua carriera e la reputazione della sua squadra andranno irrimediabilmente compromessi.

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    La vicenda di Siegel è una bomba narrativa che esplode in tutte le direzioni del racconto. La città entra nel caos, perché alla notizia i clan mafiosi rivali cominciano ad approfittare della situazione facendo piazza pulita nelle bische di Siegel & Co. Mickey Cohen però non ci sta. Impegnato a rifarsi sugli scagnozzi del rivale Jack Dragna – soprannominato Sua Maestà Banana – il personaggio interpretato da Jeremy Luke svela il riferimento al titolo dell’episodio: la punizione per uno degli affiliati riguarda una banana. Non serve aggiungere altro. Ma il top lo raggiunge il Sid Rothman di Robert Knepper che, braccato da mezza Los Angeles, suona il violino in uno scantinato con la calma e l’intensità che lo contraddistinguono. La sua musica in scena diventa il sottofondo di circa dieci minuti di narrazione.
    La vicenda di Jasmine (Alexa Davalos) si risolleva grazie al maggior peso narrativo di Leslie Shermer (Iddo Glodberg), individuo instabile che perseguita la ragazza in virtù dell’accordo che aveva fatto con Hecky Nash per la metà dei soldi derivanti dal ricatto delle fotografie. Per venirle in soccorso la parte del paladino spetta questa volta a Ned Stax (interpretato da un Milo Ventimiglia sugli scudi), uno con fascino e cervello ci sa fare almeno quanto Teague (Jon Bernthal) con la pistola. Un episodio, questo, nel quale si perde un po’ di vista Joe Tague, che “riappare” in chiusura di episodio, quando tornando a casa trova un ospite davvero poco gradito. Un finale certo meno scoppiettante di quello dell’episodio precedente, ma che imposta bene la narrazione per la prossima settimana.

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    Darabont dimostra di saper restituire il noir attraverso i suoi stessi stereotipi, ponendosi a metà strada tra la modernizzazione sagace (vedi Ann Biderman con Ray Donovan) la ripresa pedissequa. L’autore dà vita a una trama avvincente che dosa bene le scene generali con quelle più crude e violente, con colpi di scena messi al posto giusto, al momento giusto. Le atmosfere Anni ’40 acquistano sempre maggiore corposità, con fumo, sangue e jazz a fare da padroni.