Una locandina patinata in bianco e nero, dark, popolata di cupe luci e ombre come le infinite sfaccettature dell’animo umano. In primo piano, un uomo (Daniel Craig) che tiene stretta una donna minuta, dallo sguardo profondo, capelli punk e piercing ovunque (Rooney Mara): la ragazza è nuda ma censurata, naturalmente, per l’occasione.

E l’occasione in questione è il lancio del nuovo thriller diretto dal determinato regista David Fincher, uno che a Hollywood si è fatto le ossa prima nel mondo degli effetti speciali (lavorando nel gota: l’Industrial Light & Magic) prima di approdare al grande schermo dirigendo nel 1992 il terzo capitolo della saga di Alien, uno dei più claustrofobici di sempre. Dicono di lui che sul set sia uno spietato dittatore, uno che sa bene cosa vuole dai suoi attori e, soprattutto, sa come ottenerlo. Parla poco con il resto del cast, ma quando lo fa arriva dritto al punto. Se non fosse un personaggio in carne ed ossa sembrerebbe uno di quei pistoleri pallidi da film western; in realtà, invece, è il regista di uno dei film più attesi dell’anno. Uscito nel 2009, l’adattamento svedese della famosa trilogia di Stieg Larsson che ha venduto oltre quindici milioni di copie solo negli Stati Uniti e oltre due milioni in Italia, Uomini che odiano le donne (primo capitolo di una trilogia cinematografica) non fu accolto calorosamente dal pubblico, soprattutto dai fedelissimi fan della saga, agguerriti e pronti a difendere ad ogni costo la creatura cartacea di Larsson (pubblicata dopo la sua morte avvenuta nel 2004 a causa di un improvviso attacco cardiaco).

La storia ricalca quella di un tipico noir americano con venature da legal thriller alla John Grisham: Mikael Blomqvist è il direttore della rivista “Millennium” che accetta di eseguire l’incarico assegnatogli dal ricco magnate Henrik Vanger (compito che potrebbe salvare il suo giornale dalla bancarotta). Il giornalista deve indagare sulla misteriosa morte della nipote Harriett. All’indagine partecipa pure un’hacker, la giovane Lisbeth Salander, che Larsson descrive così nel libro: “vent’anni, capelli corti, piercing al sopracciglio, tatuaggio sul collo. Maglietta, jeans e anfibi neri. Non un look studiatamente punk, ma l’aspetto di una che sta dicendo: stai fuori dalle palle”; insomma, un genio informatico ribelle, schivo, combattivo quanto fragile interiormente. Più scavano sul passato della ricca famiglia Vanger, più emergono torbidi segreti, scandali e passioni legate a terribili omicidi avvenuti negli anni ’30 e ’40, folli personaggi che contribuiscono a far emergere tutto il marcio che c’è dietro la perfetta facciata di una ricca famiglia alto-borghese della fredda Svezia.

La trama del thriller si mescola con tutte le innumerevoli sotto-trame che coinvolgono tutto il microcosmo dei protagonisti del film (e del romanzo) mettendo a nudo le loro relazioni, spesso complicate come gli infiniti riflessi delle loro anime. Il personaggio di Mikael, infatti, è restio ad ogni relazione ma ha sia un’amante nella sua stessa redazione, la rampante Erika Berger (Robin Wright), e allo stesso tempo non disdegna delle scappatelle con la complice/amante Lisbeth, oltre a innumerevoli clienti e amiche incluse. Un personaggio inafferrabile, un appeal da duro, da “uomo che non deve chiedere mai” che in realtà nasconde un animo sensibile. Allo stesso tempo pure la piccola hacker è un personaggio complesso, inquietante quanto “tosta” e determinata, una ribelle che viene stuprata, maltrattata e ricattata dal suo nuovo tutore (Nils Bjurman, nel film interpretato da Yorick Von Wageningen) ma che si difende bene incastrandolo a sua volta. Mikeal e Lisbeth sono incapaci d’amare, troppo presi forse a doversi difendere, a doversi guardare le spalle perché fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

Il titolo del film, uscito negli Stati Uniti già dal 21 Dicembre, è The girl with the Dragon Tatoo, ma nella trilogia originale si intitola Uomini che Odiano le Donne. Per quale motivo? Si racconta che Stieg Larsson  decise di scrivere questa trilogia dopo aver assistito, impotente, allo stupro di gruppo di una quattordicenne: probabilmente è per questo motivo che la storia narrata gronda cinismo ed ha un tono cupo, perché vuole mostrare come pure in un paese socialdemocratico e all’avanguardia come la moderna Svezia non mancano violenze, corruzione, perversioni spesso celate dietro un apparente stato di benessere e serenità, mentre il seme del male serpeggia in silenzio.

Quindi, l’attesa per questa pellicola cresce soprattutto in paesi come il nostro, dove dovremo aspettare fino al 3 Febbraio per godere della nuova opera di un cineasta così particolare come Fincher, ma soprattutto per godere delle interpretazioni degli attori protagonisti e in particolar modo della “nuova coppia” di celluloide Daniel Craig, Rooney Mara: lui ormai consacrato come nuovo sex-symbol mondiale, fascino discreto prettamente british, occhi di ghiaccio ed eterna aria “da duro” che lo hanno portato a vestire i panni della spia più famosa di Sua Maestà  senza far rimpiangere il buon vecchio Sean Conney; lei, semi-sconosciuta eterea dallo sguardo verde magnetico, un folletto trasformato per l’occasione in un hacker punk tutta piercing (veri) e tatuaggi; una coppia sicuramente da non perdere, protagonista di uno dei film più attesi del 2012 che già si prenota a sbancare il box office e a vincere alla prestigiosa notte degli oscar che si terrà (molto probabilmente) il prossimo 26 Febbraio a Los Angeles.

Insomma, un regista di culto, attori perfetti nei loro ruoli e alla base un thriller campione di vendite: basta aspettare il 3 Febbraio per scoprire se effettivamente c’è del marcio in… Svezia.

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Ex bambina prodigio come Shirley Temple, col tempo si è guastata con la crescita e ha perso i boccoli biondi, sostituiti dall'immancabile pixie/ bob alternativo castano rossiccio. Ventiquattro anni, di cui una decina abbondanti passati a scrivere e ad imbrattare sudate carte. Collabora felicemente con Cinefilos.it dal 2011, facendo ciò che ama di più: parlare di cinema e assistere ai buffet delle anteprime. Passa senza sosta dal cinema, al teatro, alla narrativa. Logorroica, cinica ed ironica, continuerà a fare danni, almeno finché non si ritirerà su uno sperduto atollo della Florida a pescare aragoste, bere rum e fumare sigari come Hemingway, magari in compagnia di Michael Fassbender e Jake Gyllenhaal.