Fin dalla sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, Adagio è stato accolto come un film profondamente radicato nella realtà, tanto da sollevare una domanda ricorrente: quanto di ciò che vediamo è tratto da fatti veri? Per rispondere bisogna prima comprendere il modo in cui Stefano Sollima costruisce il proprio cinema. Il regista non lavora quasi mai sull’adattamento diretto di eventi reali, ma su ciò che definisce “un realismo di sistema”: la capacità di raccontare dinamiche, atmosfere e meccanismi di potere che esistono davvero, anche se incarnati da personaggi e situazioni fittizie.
Adagio (la recensione), in questo senso, non è basato su una singola storia vera, ma è composto da tessere reali che riflettono il volto più oscuro della capitale. La trama inventata dialoga costantemente con la cronaca, con le inchieste, con gli scandali di corruzione e con la memoria criminale di Roma, restituendo un racconto che finge la finzione solo per poter dire la verità in modo più profondo.
Criminalità, corruzione e ricatti sessuali: elementi che rimandano a veri casi di cronaca

Una delle domande più frequenti riguarda il ricatto sessuale ai danni di un ministro ripreso in una festa orgiastica. Questo elemento, pur non essendo la ricostruzione di un caso specifico, riflette dinamiche emerse più volte nelle cronache italiane. La presenza di feste private in cui circolano droga, denaro e compromessi è documentata da indagini giudiziarie che negli anni hanno coinvolto imprenditori, politici e figure di potere. Sollima non copia un fatto preciso, ma prende nota di un meccanismo di sfruttamento e ricatto che in Italia – e in particolare a Roma – ha una lunga storia, dall’affaire Marrazzo fino ai casi legati a escort, minori e video amatoriali usati come arma politica o criminale. Anche la figura di Vasco, il maresciallo corrotto del ROS che gestisce materiale compromettente per conto di poteri oscuri, riflette un tipo di deviazione istituzionale non immaginaria. Nella realtà italiana, episodi di corruzione interna, dossieraggio illegale e rapporti opachi tra forze dell’ordine e criminalità organizzata sono stati al centro di commissioni parlamentari, indagini e sentenze. Adagio amplifica queste dinamiche ma non le inventa.
La banda della Magliana e l’eredità criminale: come il film dialoga con la storia di Roma
I personaggi di Daytona, Polniuman e soprattutto del Cammello appartengono dichiaratamente alla “tradizione” criminale della banda della Magliana, anche se non rappresentano individui realmente esistiti. Sollima non vuole rievocare i singoli membri dell’organizzazione, ma evocare un immaginario che la città conosce bene. La Magliana è stata uno snodo cruciale nella storia criminale italiana: un punto di contatto tra criminalità comune, terrorismo nero, servizi deviati, narcotraffico e giochi di potere che hanno attraversato Roma dagli anni ’70 agli anni ’90. Nel film, questi ex gangster diventano simboli di un mondo che sta scomparendo: uomini che hanno perso figli, libertà, salute e identità in una spirale di violenza che non produce né gloria né ascese epiche. Sono figure ispirate ai tanti “cattivi minori” della cronaca giudiziaria, persone schiacciate tra istituzioni deviate e clan criminali. In questo senso Adagio è profondamente realistico: non nel dettaglio biografico, ma nell’atmosfera di decadenza e di disgregazione morale che accompagna la fine di un’epoca criminale romana.
Gli incendi, i blackout e la Roma distorta: perché non sono invenzioni fantascientifiche
Una delle peculiarità del film è l’ambientazione in una Roma soffocata da incendi, roghi tossici e cali di tensione. Molti spettatori hanno pensato a un’operazione quasi distopica, ma Sollima stesso ha chiarito che si tratta di elementi realistici. Negli ultimi anni, Roma è stata colpita da numerosi incendi negli impianti AMA, da roghi nelle periferie, da black-out a catena che hanno messo in ginocchio interi quartieri. L’estetica apocalittica di Adagio nasce proprio da questo: la città è raccontata com’è, solo portata al limite per rendere visibile ciò che normalmente resta sullo sfondo. Non è futuro, non è fantascienza: è la Roma che, nei mesi estivi, si sveglia con l’odore di bruciato, con i palazzi anneriti, con le luci che saltano, con un trasporto pubblico spesso paralizzato. È un realismo spinto, che trasforma fatti diffusi ma quotidiani in un dispositivo narrativo coerente.
Il rapporto padre-figlio e il tema del riscatto: gli unici elementi davvero finzionali
Se molti aspetti del contesto derivano da realtà verificabili, la parte più marcatamente inventata del film è quella che riguarda il rapporto tra Manuel e le tre figure paterne della sua vita. Sollima definisce Adagio come il suo film più intimo, e ciò significa che la struttura emotiva – colpa, protezione, sacrificio, amore tardivo – è meno legata alla cronaca e più vicina a un impianto tragico universale. Il percorso di Manuel non ha un correlativo reale preciso: è la sintesi narrativa di tanti adolescenti cresciuti ai margini, sfruttati da adulti che cercano di manipolarli, e costretti a sopravvivere in un contesto in cui la famiglia biologica, quella scelta e quella criminale si sovrappongono fino a confondersi. In questo senso, la storia vera non è una storia singola, ma un insieme di storie invisibili che alimentano la cronaca nera di Roma e che il film traduce in forma cinematografica.
Adagio non è tratto da una storia vera, ma racconta verità che appartengono alla città
Il film non ricostruisce un caso giudiziario e non mette in scena fatti avvenuti punto per punto. Però racconta esattamente la Roma che chi ci vive conosce: una città dove la criminalità non è più glamour, dove i residui della banda della Magliana convivono con nuove forme di potere corrotto, dove i minori possono essere usati come strumenti di ricatto, e dove le istituzioni non sono sempre un antidoto al male, ma talvolta ne diventano il motore più subdolo. Adagio è una storia inventata che si regge su verità radicate nella cultura, nella memoria e nelle contraddizioni della capitale. Non è un fatto reale: è un fatto verosimile. Ed è proprio questa verosimiglianza a renderlo così disturbante.

