Anton Corbijn
Guido van Nispen, CC BY 2.0 , via Wikimedia Commons

 È da venerdì nelle sale italiane il suo secondo film, The American, thriller con George Clooney, ambientato tra i boschi dell’Abruzzo. Per capire chi è Anton Corbijn basta poco. Pensate alla foto più famosa di Miles Davies: bianco e nero, primo piano, mani sul viso e occhi sgranati; o al video di One degli U2; alla copertina di Automatic for the People dei R.E.M.; al video del Devotional Tour dei Depeche Mode.

Ebbene, tutta opera di questo cinquantacinquenne olandese: fotografo, regista di video musicali e regista cinematografico. Colui che ha fatto dell’immagine una filosofia e della musica il suo campo d’azione preferito. La sua cifra stilistica: la predilezione per il bianco e nero (ma non disdegna il colore), la capacità di mostrarci le star come persone comuni e l’ironia con cui spesso le ritrae. Celebri le sue sfocature dei soggetti in primo piano, in favore di quelli sullo sfondo. Tecnica che fece infuriare un giovane Dave Gahan all’epoca del primo incontro artistico di Anton Corbijn coi Depeche Mode, a metà anni ’80, dando però l’avvio a un fortunato sodalizio, da allora ininterrotto.

In trent’anni di carriera ha ritratto i grandi del rock e del pop – Bon Jovi, Metallica, Nick Cave, Springsteen, Tom Waits, Morrissey, David Bowie, Massive Attack, Bee Gees – e collaborato con le maggiori riviste musicali, fotografando star per conto del Rolling Stone, di NME, di Q, solo per citarne alcune.

Ha realizzato video per David Sylvian, Brian Adams, Nirvana. Per questi ultimi ha curato il clip di Heart Shaped Box, vincitore dell’MTV Award 1993. Per non parlare, poi, delle collaborazioni più longeve con gruppi dei quali ha forgiato l’immagine artistica: appunto U2, Depeche Mode, R.E.M..

Anton Corbijn artista dell’immagine

Fu la musica a portarlo a Londra dall’Olanda  nel 1979, per seguire la sua passione: il post-punk. Fu qui che iniziò la sua collaborazione con “NME” e poi, a metà anni ’80, la sua attività di videomaker, che gli ha dato la maggior notorietà. Ed è sempre alla passione per la musica che dobbiamo il suo passaggio al cinema. Nel 2007, infatti, debutta alla regia cinematografica con Control: doveroso omaggio alla band da lui più amata, i Joy Division, e alla figura del suo leader, Ian Curtis, morto suicida il 18 maggio del 1980, a soli 23 anni. In questo caso, la scelta cade inevitabilmente sul bianco e nero. Sorprendente la cura con cui il regista sceglie gli interpreti, straordinariamente somiglianti ai componenti del gruppo. Sam Riley brilla nel ruolo del protagonista, cantando lui stesso i brani nelle scene dei concerti e interpretando al meglio la complessa personalità di Curtis, pervasa da quel disagio esistenziale che lo avrebbe portato a impiccarsi nella cucina della sua casa di Macclesfield.

Samantha Morton interpreta il ruolo della moglie, Deborah. Il film è prodotto da quest’ultima – anche autrice della biografia di Ian da cui è tratta la sceneggiatura – e dallo stesso Anton Corbijn. Control è ben accolto dalla critica e ottiene diversi premi: Miglior Attore Sam Riley e Miglior Film Britannico al Festival di Edimburgo, Menzione Speciale Camera d’Oro al Festival di Cannes. Diventa presto una pellicola di culto per gli amanti della storica band di Manchester.

Oggi, l’artista dell’immagine torna a dirigere per il cinema e passa al colore, scegliendo proprio il nostro paese per ambientare un thriller, protagonista George Clooney. L’attore americano veste i panni di Jack: un assassino che decide di cambiare vita, ma prima dovrà portare a termine il suo ultimo lavoro. Nel cast anche attori italiani: Violante Placido, nel ruolo di Clara, Paolo Bonacelli e Filippo Timi.