Buen Camino segna il ritorno di Checco Zalone sul grande schermo sotto la regia di Gennaro Nunziante, riportando al centro quella commistione tra commedia popolare e viaggio fisico che da sempre caratterizza il loro immaginario cinematografico. Il film mette in scena una storia che parte da un mondo di privilegi e comfort per trascinare il protagonista in un percorso radicalmente opposto, fatto di fatica, perdita e ricerca personale.
Al centro della narrazione c’è il Cammino di Santiago de Compostela, non solo come sfondo geografico ma come struttura narrativa vera e propria. È proprio attraverso le sue tappe, i suoi paesaggi e le sue condizioni estreme che si sviluppa il viaggio di Checco, alla ricerca della figlia scomparsa. Ma prima di arrivare in Spagna, il film costruisce un forte contrasto visivo in Italia, tra lusso e quotidianità urbana, che prepara lo spettatore alla svolta narrativa. Le location diventano così parte integrante del racconto, e non semplice cornice.
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Buen Camino tra regia popolare e struttura da road movie: il legame tra Nunziante, Zalone e il genere del viaggio
La nuova collaborazione tra Gennaro Nunziante e Checco Zalone dopo Quo vado? si inserisce in una tradizione ormai consolidata del cinema italiano contemporaneo, in cui la commedia assume spesso la forma del viaggio di formazione, anche quando mascherato da racconto leggero. Buen Camino si muove proprio dentro questa grammatica: il protagonista attraversa spazi geografici ma soprattutto identitari, passando da una condizione di privilegio quasi irreale a una dimensione di precarietà assoluta.
Il film dialoga con il genere del road movie europeo, ma lo declina attraverso una sensibilità fortemente popolare, in cui l’ironia si intreccia con elementi più emotivi e familiari. La regia di Nunziante insiste sulla dimensione fisica del cammino, trasformando il percorso di Santiago in una struttura narrativa progressiva, fatta di tappe, incontri e discontinuità visive. Il viaggio non è mai lineare, ma frammentato, e questo permette alle location di assumere un valore simbolico preciso, quasi come se ogni luogo fosse una prova interiore per il protagonista.
La Sardegna tra Costa Smeralda e Gallura: il lusso come punto di partenza narrativo
La prima parte del film è ambientata in Sardegna, in particolare tra la Costa Smeralda e la Gallura, dove viene costruita la dimensione iniziale della vita di Checco. Qui il paesaggio è quello del lusso assoluto, tra ville affacciate sul mare, yacht e piscine che definiscono una quotidianità lontanissima da qualsiasi forma di precarietà. Le riprese tra Porto Cervo e le aree costiere più riconoscibili restituiscono un’immagine volutamente patinata, quasi sospesa, che serve a introdurre la condizione iniziale del protagonista come qualcosa di artificialmente perfetto.
Le zone di Santa Teresa di Gallura e Capo Testa ampliano questa rappresentazione, offrendo inquadrature più ampie e naturali che iniziano già a incrinare la percezione di stabilità. È proprio da questo spazio chiuso nel benessere che si innesta la frattura narrativa: la scomparsa della figlia Cristal rompe l’equilibrio e costringe Checco a lasciare la Sardegna. La funzione della location è quindi chiaramente oppositiva, costruire un prima che deve necessariamente essere abbandonato per dare inizio al viaggio.
Roma come spazio di transizione: quartieri, vita quotidiana e frammentazione del reale
La seconda area geografica del film è Roma, utilizzata come spazio intermedio tra il mondo dorato della Sardegna e la dimensione del cammino. Qui la regia si concentra su luoghi più frammentati e quotidiani, che definiscono la complessità della vita del protagonista prima della partenza definitiva. Tra i luoghi riconoscibili emergono Piazza di Campitelli, Piazza delle Cinque Lune e il Lungotevere, che diventano scenari di passaggio più che di permanenza.
Le sequenze romane mostrano anche ambienti residenziali e interni domestici, dove si sviluppano i rapporti familiari e le tensioni affettive che precedono la decisione di mettersi in viaggio. In questo contesto la città non è mai spettacolarizzata, ma utilizzata come spazio funzionale alla narrazione, quasi burocratico nella sua rappresentazione. Roma diventa così un luogo di sospensione, in cui il protagonista non è più nel suo mondo iniziale ma non è ancora entrato nel percorso trasformativo del cammino.
Il cammino di Santiago tra Francia, Navarra e Galizia: il viaggio come esperienza fisica e mentale
La parte centrale e più estesa del film si sviluppa lungo il Cammino di Santiago de Compostela, vero asse narrativo e simbolico dell’opera. Le riprese seguono fedelmente le tappe reali del percorso, a partire da Saint-Jean-Pied-de-Port in Francia, punto tradizionale di partenza per molti pellegrini. Da qui il viaggio si snoda attraverso la Navarra, toccando luoghi come Pamplona, Puente la Reina, Estella e Los Arcos, fino ad arrivare alla Castiglia e León con Burgos e Boadilla del Camino.
Ogni tappa non è solo un passaggio geografico ma una variazione di tono e di esperienza. I sentieri sterrati, gli ostelli affollati e le strade secondarie diventano elementi ricorrenti che costruiscono una dimensione quasi rituale del viaggio. La Galizia segna invece l’ultima fase del percorso, con paesaggi più verdi e rurali che accompagnano l’avvicinamento a Santiago de Compostela. Qui il film si concentra sulla progressiva trasformazione emotiva del protagonista, utilizzando la fatica fisica come strumento narrativo.
Il culmine arriva proprio a Santiago, nel centro storico e in particolare nella celebre Plaza del Obradoiro, dove si conclude simbolicamente il viaggio. Le strade lastricate e l’architettura in pietra della città non sono solo scenografia finale, ma completamento visivo di un percorso che ha progressivamente svuotato e ridefinito il protagonista. Il Cammino, in questo senso, non è solo una destinazione ma una struttura che organizza l’intero film.
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