Tra fedeltà e libertà creativa, Hamnet – Nel Nome del Figlio di Chloé Zhao resta un adattamento rispettoso del romanzo di Maggie O’Farrell. Eppure introduce una scelta che nel libro non esiste: citare esplicitamente Shakespeare nei momenti più ovvi.
Nel film, il marito di Agnes – la cui identità di William Shakespeare viene rivelata nel finale – pronuncia versi iconici nei momenti chiave: scrive “What light through yonder window breaks?” dopo una giornata romantica, recita “To be or not to be?” mentre è sopraffatto dal dolore. È una soluzione che può sembrare didascalica, quasi un cliché da biopic in cui l’artista pronuncia per caso la frase destinata a diventare immortale. Eppure proprio questa apparente ingenuità è il cuore del film.
Citare Shakespeare non è fan service: è un atto di evocazione
Nel romanzo, l’assenza del cognome “Shakespeare” serve a spostare l’attenzione su Agnes. Il film sembra voler fare lo stesso, ma decide di mostrare il processo creativo in modo diretto, quasi brutale nella sua evidenza. Perché? Perché per Zhao l’arte non è solo ispirazione: è evocazione.
Da un lato c’è Agnes, che da bambina apprende un canto rituale, una filastrocca, per ricordare le proprietà curative delle erbe. Quel canto ritorna più volte, come una formula per mantenere viva la presenza della madre. Più avanti, insegna ai figli un gesto simbolico per affidare i desideri al suo falco morto, trasformando il ricordo in rituale. Non è magia, ma un modo per dare forma al lutto.
Dall’altro lato c’è il marito, che trasforma il dolore in parole. Il film insiste sulla recitazione non come semplice memorizzazione, ma come atto vissuto. Quando rimprovera un giovane attore per “limitarsi a pronunciare le parole”, il messaggio è chiaro: i versi in Hamnet – Nel Nome del Figlio non funzionano se non sono sentiti. Solo quando sono attraversati dall’emozione diventano veicolo di memoria.
La citazione diretta di Romeo and Juliet o Hamlet non è quindi un ammiccamento, ma una traduzione immediata tra esperienza e creazione. È il modo in cui il film rende visibile la nascita dell’arte dal dolore.
Il finale: dal lutto privato all’esperienza collettiva
Il culmine arriva nella messa in scena di Hamlet. Come nel romanzo, Agnes comprende che l’opera è un modo per “scambiare di posto” padre e figlio, per far rivivere Hamnet attraverso il teatro. Ma Zhao fa un passo in più: mostra la platea, mostra la condivisione.
Quando Agnes, travolta dall’emozione, tende la mano verso l’attore sul palco, l’intero pubblico sembra partecipare a quel gesto. Il dolore individuale diventa collettivo. L’arte non appartiene più solo ai genitori, ma a chiunque assista.
In questo senso, la scelta più discutibile del film – le citazioni dirette, quasi troppo esplicite – prepara il terreno a questa trasformazione. Serve a dirci che le parole, se sentite davvero, possono evocare chi non c’è più. Possono creare un ponte tra vita e memoria.
E qui il film compie il suo ultimo gesto meta-cinematografico: invita anche noi spettatori a partecipare al rito. In una sala piena, mentre Agnes piange e il pubblico a teatro con lei si commuove, anche il pubblico cinematografico può sentirsi parte dello stesso processo.
Quello che sembrava un difetto diventa così una dichiarazione poetica: Hamnet non è solo un film sul lutto, ma sulla capacità dell’arte di trasformare un dolore privato in esperienza condivisa.

