Hamnet – Nel nome del figlio è un’opera profondamente dolorosa e al tempo stesso luminosa, che usa il linguaggio del cinema per interrogare il lutto, la memoria e il potere trasformativo dell’arte. Ambientato nel momento di massima ascesa creativa di William Shakespeare, il film sceglie però di spostare lo sguardo lontano dalla gloria pubblica, concentrandosi su una ferita privata: la morte del figlio Hamnet e la devastazione che ne segue per William e per Agnes.
La struttura del film alterna con delicatezza la felicità domestica e il trauma della perdita, costruendo un percorso emotivo che conduce a un finale di straordinaria potenza simbolica. Un finale che non cerca spiegazioni razionali, ma propone una riflessione universale su come gli esseri umani convivono con l’assenza.
Perché la rappresentazione finale di Hamnet – Nel nome del figlio è il cuore emotivo del film
Il vero climax di Hamnet – Nel nome del figlio (la nostra recensione) coincide con la messa in scena di Hamlet, che nel film diventa molto più di un’opera teatrale: è un atto di elaborazione del lutto. Per William, scrivere Hamlet è l’unico modo possibile per dire addio a suo figlio, per trasformare un dolore muto in qualcosa che possa essere condiviso e, forse, sopportato.
Agnes, inizialmente, vive quest’opera come un tradimento. Non accusa il marito della morte di Hamnet, ma non riesce a perdonargli l’assenza: il lavoro lo ha portato lontano nel momento in cui il figlio stava morendo. Quel senso di colpa diventa il motore creativo di William, ma anche il muro che lo separa dalla moglie.
La frattura si ricompone solo durante la rappresentazione, quando Agnes vede l’attore che interpreta Hamlet: i capelli biondi, identici a quelli di Hamnet. In quell’istante, comprende che William non sta sfruttando il dolore, ma lo sta incarnando, cercando di trattenere il figlio nel solo modo che conosce. La scena culmina con la “morte” di Hamlet sul palco: Agnes tende la mano verso di lui e scopre che l’intero pubblico sta facendo lo stesso gesto. Il lutto, improvvisamente, non è più solitario.
Il soprannaturale in Hamnet – Nel nome del figlio: suggestione o metafora?

Uno degli aspetti più affascinanti del film è la sua ambiguità sul piano del soprannaturale. Agnes è spesso accusata di essere una “strega dei boschi”, come sua madre, ma non rivendica mai apertamente poteri magici. Eppure, il suo legame con la natura e la sua capacità di “sentire” il futuro sembrano andare oltre la semplice intuizione.
Agnes legge i destini toccando le mani delle persone, sogna il numero dei figli che avrà, anticipa percorsi di vita che sembrano poi realizzarsi. Anche Hamnet appare sfiorato da qualcosa di misterioso: prega affinché la morte prenda lui al posto della sorella e, nei suoi ultimi istanti, crede davvero che lo scambio sia avvenuto.
Il film non conferma mai una dimensione soprannaturale esplicita. Questa ambiguità è centrale: Hamnet non parla di miracoli, ma di come il dolore spinga a cercare senso anche dove non ci sono risposte certe. La morte resta un enigma, e il film rifiuta di risolverlo.
Il mito di Orfeo e il senso dell’addio

Il racconto di Orfeo compare all’inizio del film, quando William cerca di conquistare Agnes dimostrando di essere un narratore. È un momento intimo, quasi leggero, che però prepara uno dei passaggi più strazianti del finale.
Durante la rappresentazione di Hamlet, William interpreta il fantasma del padre, usando il teatro per salutare simbolicamente il figlio. Quando esce di scena, Agnes gli chiede di voltarsi. Il riferimento a Orfeo è evidente: nella mitologia, voltarsi significa perdere per sempre l’amata.
Qui, invece, Hamnet – Nel nome del figlio sovverte il mito. William si volta e trova Agnes. Non recuperano il figlio, ma non perdono l’amore. Il film suggerisce che, pur non potendo riportare indietro i morti, si può scegliere di non restare soli nel dolore. È una riscrittura emotiva del mito, che trasforma la tragedia in un gesto di resistenza.
Il vero significato di Hamnet – Nel nome del figlio: l’arte come sopravvivenza
In ultima analisi, Hamnet – Nel nome del figlio è un film sulla funzione dell’arte. Non come consolazione facile, ma come strumento per dare forma all’indicibile. William non salva suo figlio scrivendo Hamlet, ma gli dona una seconda vita nella memoria collettiva. Agnes, a sua volta, ritrova Hamnet non come presenza fisica, ma come immagine che può finalmente lasciare andare.
Il momento più potente del finale è la consapevolezza che tutti stanno piangendo insieme. Il dolore privato diventa esperienza condivisa, e in questo passaggio il film afferma che l’arte non cancella la sofferenza, ma la rende abitabile.
Hamnet cammina via dal palco, scomparendo nel buio. Ma proprio in quel gesto, il film suggerisce che non scomparirà mai davvero. Finché qualcuno racconterà la sua storia, continuerà a esistere.

