Kong Skull Island segna il deciso ritorno dell’unico Re sulla scena, l’unico in grado di appannare Elvis, le sue melodie morbide e le Hawaii.
Anche l’enorme gorilla è l’unico, ed incontrastato, sovrano del proprio regno sorto nel nulla del Pacifico remoto, capo indiscusso di una schiera di creature mutanti che non sono altro che un mero, crudele, scherzo della natura. Dopo aver colonizzato l’immaginario del pubblico a partire dal 1933 – anno in cui comparve la sua prima incarnazione di celluloide – King Kong non ha mai smesso di esercitare il suo fascino spropositato sulle platee, tanto da attraversare diverse reincarnazioni tra sequel (Il Figlio di Kong, 1933), remake (il King Kong del 1976 seguito, anche questa volta, da annesso sequel) e reboot (come l’ultimo concepito da Peter Jackson nel 2005).

Kong Skull Island recensione del film con Tom Hiddleston
Per dare a Kong l’aspetto inquietante ed altero di un Dio tetro e solitario che si aggira per la propria, misteriosa, isola minacciata da creature mostruose e nuovi avventori della Domenica (armati fino ai denti), Vogt – Roberts ha ingigantito attraverso la CGI Kong e lo ha messo al centro dell’interesse di un progetto governativo noto come Monarch che, negli anni ’70 al bivio tra l’Era dell’Acquario, le “vibrazioni positive”, il tracollo di un’utopia, la minaccia della Guerra Fredda, Nixon e il Vietnam, è coinvolto nella ricerca di nuove e misteriose specie che sembrano popolare i posti più sinistri della terra. Ovviamente questo dettaglio non è casuale, ma costituisce un collegamento ipertestuale e semantico con un altro, gigantesco, mostro sbucato direttamente dagli incubi del passato prossimo umano: Godzilla, il lucertole preistorico a sua volta oggetto dell’interesse di diversi film “standalone” e di un recente reboot/remake.

