Triangle of Sadness: la spiegazione del finale del film

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Con Triangle of Sadness (leggi qui la recensione), vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2022, Ruben Östlund firma una delle satire più feroci degli ultimi anni. Dopo aver osservato le dinamiche del potere in Forza maggiore e The Square, il regista svedese torna a interrogarsi sui rapporti sociali, scegliendo questa volta il mondo della moda, dei super ricchi e dell’influenza digitale come punto di partenza per un racconto che, progressivamente, si trasforma in una parabola sulla sopravvivenza.

Il finale del film ha diviso il pubblico proprio perché evita qualsiasi risposta definitiva. L’ultima scena lascia sospeso il destino dei protagonisti, spostando l’attenzione dalla soluzione narrativa alla riflessione morale. Per comprendere davvero come finisce Triangle of Sadness, occorre leggere ogni evento come parte di un esperimento sociale nel quale ricchezza, status e privilegi vengono improvvisamente azzerati, lasciando emergere una gerarchia completamente diversa.

Ruben Östlund usa la commedia nera per smontare il mito del privilegio e della superiorità sociale

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L’intera filmografia di Ruben Östlund ruota attorno a un’idea precisa: osservare cosa accade quando individui convinti di occupare una posizione stabile vengono messi davanti a una crisi che distrugge ogni certezza. In Triangle of Sadness questa riflessione assume dimensioni ancora più radicali, articolandosi in tre capitoli che raccontano ambienti apparentemente lontani ma uniti dalla stessa logica di potere.

La prima parte segue i modelli Carl e Yaya, coppia che vive di immagine e di visibilità. La seconda si svolge sullo yacht di lusso dove milionari, oligarchi e imprenditori vengono serviti da uno staff costretto a soddisfare qualsiasi richiesta. La terza, ambientata sull’isola deserta, ribalta completamente questa struttura sociale.

Il film utilizza il linguaggio della commedia grottesca per affrontare temi profondamente politici. Le celebri sequenze della cena del comandante, dominate da vomito, caos e degrado, non rappresentano semplicemente un momento provocatorio. Sono il simbolo del crollo di un sistema che si presenta come perfetto finché basta una tempesta per mostrarne tutta la fragilità.

Il finale di Triangle of Sadness: perché Abigail alza quella pietra contro Yaya e cosa significa davvero

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Dopo l’affondamento dello yacht in seguito all’attacco dei pirati, soltanto pochi sopravvissuti raggiungono un’isola apparentemente deserta. Carl, Yaya, Dimitry, Paula, Therese, Jarmo e Nelson scoprono rapidamente di non possedere alcuna competenza utile alla sopravvivenza. L’unica persona capace di pescare, cucinare, accendere il fuoco e organizzare la vita quotidiana è Abigail, fino a quel momento semplice addetta alle pulizie dell’imbarcazione.

Da questo momento i rapporti di forza si capovolgono. Abigail diventa la nuova leader e pretende che tutti riconoscano la sua autorità. In cambio del cibo distribuisce privilegi, stabilisce regole e trasforma Carl nel proprio compagno sessuale, utilizzando il potere nello stesso modo in cui, fino a poco tempo prima, altri avevano esercitato il controllo su di lei.

La svolta arriva quando Yaya e Abigail esplorano l’isola e scoprono un ascensore che conduce a un resort di lusso. Lo spettatore comprende così che l’isola non era realmente isolata e che il ritorno alla civiltà è possibile. Per Yaya è una liberazione: immagina subito di recuperare la propria posizione sociale e propone ingenuamente ad Abigail di diventare la sua assistente personale.

È proprio questa frase a cambiare tutto. Abigail comprende che, una volta tornate nel mondo reale, perderà immediatamente il potere conquistato. Mentre raccoglie una grossa pietra dietro le spalle di Yaya, il film interrompe la narrazione senza mostrare cosa accada davvero. Contemporaneamente Carl corre disperatamente nella giungla, probabilmente dopo aver intuito che qualcosa sta per succedere.

L’ambiguità è intenzionale. Ruben Östlund non vuole stabilire se Abigail uccida davvero Yaya. Ciò che conta è il momento della scelta, quello in cui il desiderio di conservare il potere diventa abbastanza forte da rendere plausibile un omicidio.

Il ribaltamento delle gerarchie dimostra che il potere cambia le persone molto più della ricchezza

Cannes 76 Triangle-of-Sadness-Ruben-Ostlund

L’isola rappresenta un laboratorio sociale. Tutti i privilegi accumulati attraverso il denaro scompaiono nel momento in cui non hanno più alcun valore pratico. I milionari diventano improvvisamente dipendenti dalla donna che fino al giorno prima puliva le loro cabine.

Il film evita accuratamente di trasformare Abigail in un’eroina o in una semplice antagonista. Le sue decisioni sono moralmente discutibili, ma nascono da anni trascorsi in una posizione di totale subordinazione. Quando acquisisce finalmente autorità, finisce per riprodurre gli stessi meccanismi di dominio che aveva subito.

Questa simmetria è il cuore del film. Triangle of Sadness suggerisce che il problema non risiede esclusivamente nelle persone privilegiate, bensì nelle strutture di potere che tendono a corrompere chiunque le occupi. Cambiano i protagonisti, rimane identica la logica con cui vengono amministrati privilegi, risorse e relazioni.

Anche il rapporto tra Carl e Yaya assume un nuovo significato. Fin dall’inizio la coppia vive un equilibrio precario, influenzato dal successo professionale di lei e dalle insicurezze di lui. Sull’isola Carl diventa oggetto di scambio, vivendo una posizione di dipendenza che ribalta completamente le tradizionali aspettative legate alla mascolinità. La crisi della coppia riflette così una riflessione più ampia sulle identità costruite attraverso il potere economico e sociale.

Il significato del finale di Triangle of Sadness va oltre il destino dei protagonisti e riguarda il funzionamento della società

Harris Dickinson in Triangle of Sadness

Il finale del film suggerisce che nessun sistema di potere è stabile. Le gerarchie che sembrano naturali esistono soltanto finché il contesto le sostiene. Basta cambiare le condizioni materiali perché chi comandava perda ogni autorità e chi serviva diventi improvvisamente indispensabile.

Anche il personaggio di Therese contribuisce a questa riflessione. La donna scopre accidentalmente la presenza del resort, ma non riesce a comunicarlo perché, dopo l’ictus, riesce a pronunciare soltanto una frase in tedesco che nessuno comprende. La verità è davanti agli occhi di tutti, eppure resta invisibile perché manca la capacità di ascoltare. È un dettaglio che sintetizza perfettamente l’intero film: la comunicazione fallisce continuamente, proprio come falliscono le relazioni costruite sul privilegio.

L’ultima corsa di Carl può essere interpretata in modi diversi. Potrebbe tentare di salvare Yaya, intuendo il pericolo rappresentato da Abigail. Potrebbe anche inseguire simbolicamente la propria identità, perduta dopo mesi trascorsi in una posizione di totale dipendenza. Östlund ha dichiarato di apprezzare entrambe le letture, proprio perché il significato dell’immagine resta aperto.

Il vero significato del finale di Triangle of Sadness è che nessuno resta innocente quando il potere diventa l’unica legge

Dolly de Leon in Triangle of Sadness

La conclusione di Triangle of Sadness evita accuratamente di distinguere buoni e cattivi. Abigail suscita empatia perché il pubblico conosce la sua storia di subordinazione, ma questo non rende giustificabile la possibile violenza contro Yaya. Allo stesso tempo, Yaya appare superficiale e inconsapevole del proprio privilegio, senza essere una persona malvagia.

È proprio questa complessità a rendere il finale così efficace. Ruben Östlund suggerisce che il potere modifica il comportamento umano molto più delle convinzioni morali. Quando le condizioni cambiano, anche le persone cambiano insieme ad esse, adattandosi al nuovo equilibrio con sorprendente rapidità.

L’ultima inquadratura lascia quindi una domanda più importante della sorte di Yaya: cosa farebbe ciascuno di noi se, improvvisamente, avesse l’occasione di conservare un potere conquistato dopo una vita trascorsa senza averne alcuno? È questa la vera provocazione del film. Il regista non cerca una risposta univoca, ma invita lo spettatore a riconoscere quanto sia sottile il confine tra vittima e carnefice quando sono le circostanze a ridisegnare le gerarchie.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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