Preferisce stare in piedi e far accomodare il suo nutrito cast, Francesco Maria Dominedò. Presenta così alla stampa 5 (Cinque), di cui è regista, e che definisce un “fumettone”. Clima rilassato nel gruppo, grande complicità, continui scambi di battute, risate. Tutti presenti i protagonisti, eccetto Alessandro Terzigni. C’è poi il produttore Valter D’Errico e molta parte del cast femminile.

Come nasce il film?

F. M. D.: “E’ un film realmente indipendente: non è stato fatto con fondi pubblici, televisivi, ministeriali, ecc… Il produttore D’Errico, che non è ricco, non so come abbia fatto, ma è riuscito a trovare una cifra, molto piccola, perché voleva fare questo film a tutti i costi. È costato come un quarto d’ora di un tipico film italiano. Attori e tecnici sono stati tutti pagati, perché le persone devono essere pagate per il loro lavoro. Tanti colleghi mi hanno dato una mano, anche inaspettatamente: il pluripremiato Louis Siciliano si è offerto di comporre le musiche, come si sono offerti di recitare tanti attori – Rolando Ravello, Lidia Vitale, che hanno sempre lavorato nel cinema italiano – ottimi tecnici, organizzatori, il direttore della fotografia, i montatori. Ci hanno aiutato tutti”.

Come è nata l’ispirazione del film?

F. M. D.: “Volevamo raccontare una storia d’amicizia, prendendo un po’ in giro anche gli attori: gli abbiamo fatto credere che fosse un gangster movie, una specie di Romanzo Criminale. Il film è tratto da una storia vera, accaduta alla fine degli anni ’90, romanzata. Infatti, non volevamo fare un film d’impegno sociale, ma raccontare delle scelte. È un film sulle scelte. Tutto nasce da Stefano Sammarco, che arriva dal produttore Valter D’Errico con tre pagine di soggetto scritte di getto, senza punteggiatura, pura emozione (poi sistemate con l’aiuto di Paola Bonetti, scrittrice). Un giorno, vado a trovare Valter D’Errico, che mi fa leggere la sceneggiatura e mi chiede un parere. Dico: bella, ma somiglia un po’ troppo a Romanzo Criminale. Se gli diamo un po’ di fantasia, può essere più bella. Lui dice che vorrebbe produrne un film  e mi chiede di dirigerlo. Io accetto volentieri e a gennaio iniziamo a lavorare”.

Com’è fare un film indipendente?

F.M.D.: “Ci siamo ritrovati su un letto, in casa di D’Errico, perché non avevamo ufficio: io, lui, Stefano Sammarco e il produttore esecutivo, Fabrizio Manzolino. Ci siamo detti: con i soldi che ci sono facciamo il film. La sceneggiatura è stata scritta in pochissimo tempo, a maggio abbiamo battuto il primo ciack. Sono scappati dei co-produttori, lasciandoci senza una lira durante le riprese, ne son arrivati altri. Ci ha aiutato tutta la gente del Quarticciolo e Roma Est, dandoci le location. Li abbiamo anche impiegati come comparse. Il nostro “ufficio” era un circolo ricreativo di pensionati, dove non prendeva internet. Però avevamo tanta voglia di fare il film, che a marzo dello scorso anno era già finito. Poi è rimasto bloccato per mancanza di fondi per la post produzione. Finché non abbiamo incontrato Iris, che ha creduto nel progetto e ora ci distribuisce, in sette sale. Abbiamo preferito avere meno copie e cercare di mantenere il più possibile il film in sala.

Come hai incontrato Matteo Branciamore?

F. M. D. “Il caso vuole che abitiamo vicini, ma non ci conoscevamo. Lo guardavo, che si svegliava tardi la mattina, più o meno quando io facevo la quinta colazione (d’altronde, fa l’attore). E lo vedevo, in realtà, brillante – a dispetto del suo ruolo di “bambacione” ne I Cesaroni. Allora ho avuto quest’intuizione: Matteo Branciamore può fare Manolo. Inizialmente tutti mi hanno dato del matto. Non sapevo come contattarlo, così ho dato dei soldi al portiere per fargli vedere la sceneggiatura”.

Matteo Branciamore: “Poi glie li ho dovuti ridare”

F.M.D.: “Ci siamo incontrati, lui si aspettava che gli offrissimo il ruolo di Emiliano, il “buono”, che viene fregato. Era quello che non voleva fare, perché simile al ruolo che fa in tv. Io invece gli propongo Manolo, che è schizzato, pazzo. E lui accetta, piacevolmente sorpreso. L’arrivo di Matteo nel film ha dato a tutti una grandissima forza. È molto rischioso per una star della tv accettare un piccolo film, impegnarsi in qualcosa che potrebbe anche non uscire”.

Com’è nata l’idea di “trasformare” così tanto certi attori?

F. M. D.: “Ci siamo divertiti, io e il produttore, a far fare agli attori ruoli completamente opposti a quelli che fanno di solito. Rolando Ravello, ad esempio, fa un mezzo coreano. Sono parodie di personaggi che mi piacevano in altri film. Poi, al di là dell’ispirazione, col budget che avevamo dovevamo fare di necessità virtù”.

A che film ti sei ispirato?

F. M. D.: “A Fernando Di Leo, ai film poliziotteschi anni’70. Ma più che ai film, a quel periodo, a quella mentalità: cercare di farsi venire delle idee avendo pochi mezzi e poco tempo. Giravamo 14 scene al giorno, come Un posto al sole. Abbiamo velocizzato una sceneggiatura lenta. Il film poteva durare due ore, mentre dura un’ora e 37. ”

Cosa pensi di Romanzo Criminale?

F. M. D.: “La serie mi è piaciuta molto. Come posso pensare male del film? Aveva un budget meraviglioso, attori come Kim Rossi Stuart, Favino. Parliamo di grande cinema. Il nostro è un piccolo cinema”.

Non credi che la parte tecnica, la velocità, la musica abbia offuscato la trama, forse un po’ troppo semplice, poco pregnante?

F. M. D.: “Abbiamo dovuto scrivere la sceneggiatura in poco tempo (meno di un mese), e senza soldi. La trama era più pregnante, all’inizio, ma per questioni di budget tante scene non le abbiamo potute girare, anche all’ultimo momento. Abbiamo dovuto inventare. Ci davano quelle location in quei giorni e non si poteva fare altrimenti. Per la musica, che volevamo enfatizzare, abbiamo scelto la spazializzazione del suono in 5.1. Questa è un opera prima, con pregi e difetti. Serve a crescere, capire gli errori fatti e cercare di evitarli. Non diciamo che abbiamo fatto il capolavoro. Siamo dei piccoli artigiani. Parlo al plurale perché non è il mio film, è il film di tutti noi. Nel cinema tutti sono fondamentali. Quando non si riconosce questo e si dice “il mio film”, c’è autocompiacimento. Il nostro è un film d’intrattenimento, spero fatto decentemente”.

Passiamo agli attori, Com’è stata la vostra esperienza nel film?

Alessandro Borghi: “L’esperienza è stata “tosta”, ma ne farei altre mille così. Il tempo era poco, abbiamo girato tutte le scene ambientate in casa del mio personaggio, Emiliano, dalla mattina alla sera, in una giornata (erano circa 18). Ma, a differenza delle serie tv, ho potuto lavorare tanto sul ruolo. Perché Francesco (Dominedò n. d. r.) lavora così, fortunatamente, ma non tutti lo fanno. È stato uno dei motivi principali per i quali tutti ci siamo prestati a fare il film. Ci ha dato la possibilità di cambiare, ampliare, dare sfumature ai personaggi. Abbiamo cercato di tracciarli al meglio, per rendere una storia non facile da capire, il più chiara possibile. Speriamo di esserci riusciti”.

Stefano Sammarco: “Mi è piaciuto molto il mio ruolo, Gianni”.

F. M. D.: “Stefano era l’unico attore debuttante del film ed era terrorizzato. La naturalezza l’ha aiutato, anche se non aveva la tecnica degli altri attori. Senza di lui, senza la “sua” storia, e senza la gente del Quarticciolo – il suo quartiere – il film non si sarebbe fatto”.

Christian Marazziti: “Luigi, il mio personaggio, è spontaneo, sognatore. Mi è vicino, per molti aspetti. Era divertente andare sul set e, spesso, non sapere cosa si sarebbe fatto. Era una specie di salto nel buio, ma intrigante. È stata un emozione continua. La cosa più divertente, poi, era Branciamore che prima di ogni ciack imitava Califano e Silvio Muccino”.

M.B: “Sono stracontento di aver fatto questo film, perché è difficile credere che qualcuno voglia farti fare Manolo, che è uno schizzato, un folle, puro istinto, mentre quello che ho fatto finora è completamente l’opposto. Purtroppo in Italia, se fai I Cesaroni, “sei” Marco Cesaroni. È una storia vecchia… Mi sono divertito, si è creato un bel gruppo. Sono state cinque settimane intense”. (E non si sottrae ad una breve imitazione di Franco Califano).

Lidia Vitale: “Mi sono divertita come una pazza a girare al Quarticciolo. La location era unica, il vero film era ciò che succedeva fuori dal set”. E fioccano aneddoti bislacchi dove spuntano accette, padri e figli che urlano in preda a furie pseudo-omicide ecc… “Sono anche stata scambiata per un transessuale, quando vestivo un abito leopardato, che non avrei mai messo in vita mia. Questo per me era l’aspetto più bello. Ci siamo divertiti e lì tutti c’hanno aiutato”.

Valter D’Errico: “Una signora del primo piano sfornava in continuazione teglie di lasagne.

Giada De Blanck: “Non potete capire cosa vuol dire per me essere qui oggi, anche con un ruolo di tre minuti in questo film. E’ un sogno, dopo cinque anni di studio. Il teatro e questo film sono state le esperienze più belle del mio percorso. Ringrazio Francesco e Valter, che mi hanno permesso di interpretare un ruolo diverso da quelli che faccio di solito”.

F. M. D.: “A Giada ho detto: farai una russa, il ruolo è piccolo, sei disposta a metterti in discussione? Lei lo ha fatto: s’è impegnata come pochi al mondo. Ho utilizzato attori che vengono dai reality. È stata una sfida ai cliché, forse una presunzione, ma perché pensare che Giada De Blanck, Alessandro Terzigni, o Francesco Arca non possano fare ruoli come questi?”

Valter D’Errico: “Voglio ringraziare chi mi ha seguito in questa folle operazione. Sono felice che dopo tanta fatica siamo arrivati al debutto ufficiale. Mi sono speso molto, ma per il cinema, questo è dovuto. Faccio l’attore da vent’anni. Ho creduto in me e nell’intero cast (quasi tutti attori con cui ho sempre lavorato.”

Giorgia Wurth: “Ho fatto un lungo provino al Quarticciolo per il film. Il mio personaggio mi piace, perché è una perdente. Amo questi ruoli, quelli vincenti sono sempre un po’ antipatici. Andare nei locali di lap-dance a studiare la parte, magari di mattina, è stato traumatico. Sono posti squallidissimi.”

Loredana Solfizi: “In mezzo a tutti i miei colleghi pulcini, io sono la chioccia, la più anziana. Sono felicissima di aver lavorato con Valter, che è un caro amico. Ho ritrovato Francesco, con cui avevo già recitato. Nel film, sono una mamma all’antica, di quelle che amano molto i figli, ma molto pressanti. Una mamma che non capisce niente, come tutte le mamme di questo tipo. Nella mia carriera ho interpretato molte mamme, e anche molte mignotte, più in teatro, che al cinema.”