Simone Ashley e Caleb Hearon, nuovi assistenti di Miranda Priestly, raccontano il ritorno di Runway: Il Diavolo Veste Prada 2 arriva in sala

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C’è qualcosa di paradossale nel tornare su un set che, in un certo senso, esiste già nella memoria collettiva. Non solo perché Il diavolo veste Prada (qui la nostra recensione di Il Diavolo Veste Prada 2) è diventato un classico moderno, ma perché — come ammettono Simone Ashley e Caleb Hearon — è stato per loro un punto di riferimento ben prima di entrare fisicamente in quel mondo. I due interpretano i nuovi assistenti della direttrice di Runaway, nel sequel che arriva in sala il 29 aprile distribuito da.

«È strano pensarci: avevamo undici anni quando uscì il primo film», racconta Caleb. «È stato parte della nostra vita per così tanto tempo che, in un certo senso, abbiamo vissuto più con questo film che senza. Essere nel sequel è… surreale.»

Eppure, più che il peso del passato, a emergere dalle loro parole è un senso di leggerezza. Un entusiasmo quasi disarmante, che nasce da un’esperienza vissuta — a detta loro — senza paura, senza rigidità, e soprattutto senza quella pressione paralizzante che spesso accompagna i grandi progetti.

Un set ricco di momenti memorabili

Alla domanda più semplice — qual è il ricordo più bello dal set — entrambi rispondono allo stesso modo: non ce n’è uno. «È difficile essere specifici», spiega Simone. «Non mi sono mai sentita così presente. Ogni giorno era entusiasmante, ogni giorno aveva qualcosa di diverso.»

Caleb rilancia: «Sarebbe stato quasi più strano avere un solo momento. Tutto è stato così bello. I miei ricordi preferiti? Stare seduti tra un ciak e l’altro a parlare della vita. Chi frequenta chi, dove mangia, come stanno i cani, vedere le foto dei figli… È stato davvero dolce conoscere tutti così, sul lavoro.» Non è un dettaglio marginale. È il segno di un ambiente che, a loro dire, ha funzionato proprio perché nessuno cercava di emergere sugli altri.

“Non devi vincere la scena: devi servirla”

È qui che il discorso si fa tecnico, quasi attoriale. Perché uno dei nodi più interessanti riguarda proprio il loro ruolo: personaggi con poco tempo sullo schermo, ma destinati a restare impressi. «Ho lavorato molto sulla backstory», racconta Simone. «Ma soprattutto mi sono divertita tantissimo. Anche se avessi avuto una sola battuta o un secondo, sarebbe stato lo stesso.»

Caleb va ancora più diretto: «È controproducente pensare “voglio essere il più memorabile”. Non devi vincere la scena. Devi servirla. È un lavoro collettivo. Le scene migliori sono quelle in cui tutti funzionano insieme. Quando qualcuno si sforza troppo per emergere, si vede subito.» Un principio semplice, ma raramente dichiarato con questa chiarezza.

Pressione? “Solo quella di fare bene”

E la pressione? Quella inevitabile quando si entra in un franchise così iconico? «Non era spaventoso», dice Caleb. «Era la pressione normale di ogni lavoro. Quella sensazione di voler fare bene proprio in quel momento. Ma senza paura. Solo entusiasmo.» Una distinzione sottile, ma fondamentale: non l’ansia di fallire, bensì il desiderio di essere all’altezza.

Un umorismo ancora tagliente

Se c’era un dubbio sul sequel, era proprio questo: avrebbe mantenuto la stessa ironia affilata dell’originale? Caleb non ha dubbi, e cita una scena: «C’è una battuta di Meryl in cui, aspettando qualcuno, dice: “È finita nel traffico sessuale?”. In sala cala il silenzio.»

Simone ride: «Sì, è davvero molto divertente.» «Ho visto tante persone chiedersi se sarebbe stato ancora pungente», continua Caleb. «Direi di sì. L’umorismo, sia nell’originale che qui, è iconico.»

Il film che li ha cresciuti

Entrambi parlano del primo film con un affetto quasi generazionale. «È uno dei miei film preferiti», dice Simone. «Mi fa sentire empowered. Andy Sachs che affronta il mondo di Runway… è una storia ancora potentissima.» E questa dimensione non si perde nel sequel, anzi si aggiorna: «Racconta il mondo di oggi», spiega Caleb. «Si vede nei rapporti tra i personaggi, nel modo in cui Miranda si muove, nei temi, nelle persone rappresentate. È ovunque nel film.»

Lavorare con Meryl Streep

Quando si arriva al nome inevitabile, la risposta è sorprendentemente semplice. «È adorabile», dice Caleb. «Potrebbe lavorare in automatico, è già una leggenda. E invece tiene davvero al processo e alle persone.»

Simone conferma: «Tutti cercano qualcosa di specifico su di lei. Ma la verità è che è semplicemente una donna gentile, professionale, brillante e divertente. È Meryl Streep. Ed è iconica.»

Moda, identità, contemporaneità

Il film, naturalmente, parla anche di moda. Ma la definizione che emerge è meno glamour e più personale. «Espressione di sé», dice Simone. «Un segno dei tempi.» Caleb aggiunge: «Per me è sentirsi bene. È espressione, ma anche comfort. Per alcuni la bellezza è dolore, per altri no. È questo che la rende interessante: è individuale.»

E il sequel riflette questa trasformazione: «Parla di digitalizzazione, tagli di budget, cultura del lavoro, rappresentazione», spiega Simone. «È uno specchio del presente.»

Ambizione: il prezzo della grandezza

Ma il cuore del film, forse, resta lo stesso: l’ambizione. Caleb lo sintetizza così: «C’è un momento molto forte in cui si parla del costo di tutto questo. Di cosa significa essere davvero eccellenti. Non puoi essere grande senza rinunciare a qualcosa.» Una frase che sembra uscita direttamente dall’universo di Miranda Priestly — ma che, ascoltandoli, appare sorprendentemente personale.

Il lavoro invisibile dietro la scena

Nelle battute finali, il discorso si sposta su qualcosa di meno visibile, ma forse più sincero. «È un lavoro strano», dice Caleb. «Sei davanti alla camera, ma ci sono tantissime persone dietro che rendono tutto possibile: stylist, truccatori, assistenti, il team Disney…» Simone aggiunge: «Io cerco di non dare per scontate le opportunità. Nel nostro settore non c’è stabilità. Quindi cerco di divertirmi ed essere grata.» 

Caleb chiude con una riflessione quasi controintuitiva: «Essere costantemente grati è impossibile. A volte bisogna semplicemente vivere. Ma sì, tutto questo funziona solo grazie a tante persone.»

E poi restano le battute

Infine, come ogni vero cult, anche questo vive nelle frasi che restano. «Io dicevo sempre “muoviti con un ritmo glaciale”», ricorda Caleb. Simone sorride: «Io invece “E’ tutto”. Funziona sempre.»

Vent’anni dopo, Il diavolo veste Prada non è più solo un film sulla moda. È diventato un racconto sul lavoro, sull’identità, sul successo — e soprattutto sul suo prezzo. E se c’è una cosa che questo sequel sembra voler ribadire, è proprio questa: non basta arrivare. Bisogna capire cosa si è disposti a perdere per farlo.

Il Diavolo Veste Prada 2 arriva al cinema il 29 aprile distribuito da The Walt Disney Company Italia.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.
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