Michael Keaton
Foto di Cinefilos.it

Dopo il trionfo di Birdman, Michael Keaton torna protagonista di un film che promette di far parlare di sé. Si tratta de Il Caso Spotlight, diretto da Tom McCarthy e candidato a sei premi Oscar. Nel film Keaton interpreta Walter V. Robinson, reporter del Boston Globe e membro del team Spotlight che nel 2002 ha portato alla luce gli innumerevoli casi di pedofilia coperti dalla Chiesa nell’arcidiocesi di Boston, e l’attore hollywoodiano ci tiene affinché in primo piano resti il reporter e soprattutto il suo straordinario lavoro.

“Vi ringrazio per i complimenti che mi avete fatto – ha dichiarato Keaton alla stampa romana – il mio ego comincia a fare capolino facendomi credere di essere il migliore, ma ho fatto solo il mio lavoro. La differenza l’hanno fatta Robbie (nickname di Walter V. Robinson, ndr) e gli altri. Quello che faccio è importante perché per me è importante l’arte. La verità è che faccio il meglio che posso nel mio lavoro e sono importante per me e per la mia famiglia e i miei amici, ma non sono una persona importante. La cosa importante è la storia e quello che hanno fatto questi giornalisti, non noi attori.”

Il Caso Spotlight è una celebrazione del giornalismo alla vecchia maniera. Cosa hai provato a interpretare un giornalista oggi in un momento di passaggio per il giornalismo d’inchiesta?

M. K.: “Il ruolo per me è stato una benedizione. Sono molto interessato al mondo del giornalismo, ho interpretato il personaggio di un giornalista altre tre volte. L’opportunità l’ho colta al volo perché s trattava di una sceneggiatura molto ben scritta, credo di essere stato il secondo attore a cui si sono rivolti, dopo Mark Ruffalo. Amo il lavoro di Tom McCarthy e ho visto quasi tutti i suoi film. Seguo le news in televisione, non seguo molto internet, il tema e l’argomento mi hanno spinto ad accettare la parte.”

E sul giornalismo d’inchiesta, vero fulcro del film, Keaton ha le idee chiare ed è conscio del fatto che dovrebbe essere maggiormente supportato dei quotidiani. “Per esempio – ha raccontato l’attore – a Pittsburgh, mia città d’origine, il quotidiano locale ha sei pagine dove non mi risulta che ci sia lavoro investigativo. A Flint in Michigan c’è stato un grosso caso di inquinamento di piombo della falda acquifera che ha causato intossicazione e danni cerebrali a bambini che ora hanno difficoltà di apprendimento. Una sola persona ha indagato, Erin Brockovich, se ci fosse stato un team con lei, non sarebbe strano immaginare che una crisi così sarebbe potuta essere fermata.”

Michael Keaton
Foto di Cinefilos.it

L’argomento del film è noto, quale potrebbe essere l’impatto sul pubblico italiano?

M. K.: “Credo che il film possa avere un impatto, non riesco a immaginare che non ce l’abbia. Dopo una proiezione con il pubblico, negli Stati Uniti, un uomo mi ha avvicinato e mi ha detto di essere un sopravvissuto. Un uomo grande e grosso, che non aveva mai detto a nessuno di questa sua terribile esperienza. Credo che il film non punti il dito contro la religione in generale. Rispetto ogni fede, sono cresciuto con un’educazione cattolica, e la cosa più difficile è stato vedere persone che perdevano la fede. Sono cresciuto in un ambiente cattolico, mia madre non ha mai mancato di andare a messa e questa conseguenza mi rattrista. Rispetto i punti di vista e il credo. Ma questa situazione del film non riguarda solo Boston, ma il mondo è quindi suscita un interesse che è quello dei fedeli. Soprattutto in Italia, sede del Vaticano. Sono un fan di Francesco, lo ammiro, è un lavoro difficile il suo. Ci sono però nel film delle tematiche che vanno oltre, non solo l’abuso dei preti in senso stretto, ma l’abuso di potere, come avviene anche con le forze dell’ONU. Chi ha potere e il potere di difendere gli indifesi, diventa invece colui che abusa di questo potere. L’impatto del film va anche oltre il tema religioso, io sono solo un attore, i giornalisti sono i veri eroi della storia, noi siamo dei giocatori minori.”

Come ti sei preparato per interpretare Walter Robinson?

M. K.: “Per me è stato molto facile per via della presenza di Walter, ho passato molto tempo con lui, parlando con lui e chiedendogli della sua vita e di tutti gli altri casi a cui ha lavorato. Sono curioso di natura e lo sono stato in particolare del mondo del giornalismo visto da lui. Ho fatto molte domande, sulla famiglia, sul golf, su tutto. Cercavo di cogliere l’essenza della persona e del giornalismo, oltre ad aggiungere qualcosa di mio.”

Con Michael Keaton a Roma era presenta anche Robinson. Qui le sue dichiarazioni.