I coniugi Mercer sono in procinto di festeggiare i loro quarantacinque anni di matrimonio passati all’insegna dell’amore e della spensieratezza, quand’ecco che giunge una lettera che informa Geoff dell’improvviso ritrovamento del corpo dell’ex compagna scomparsa e rimasta intrappolata per oltre cinquant’anni fra i ghiacciai svizzeri, a seguito di un terribile incidente avvenuto nel 1962 durante un’escursione. Avendo celato per tutti questi anni alla moglie l’accaduto, Geoff inizia a essere assalito dal peso terribile del passato, una nuvola gravida e buia che rischia di gettare un’ombra sul felice rapporto di coppia in un anniversario così importante.

 

45 Anni è una pellicola di sobria e intensa bellezza impostata su ritmi lenti, pacati e contemplativi ma capace di trasudare emozione da ogni inquadratura, un racconto che fa del suo puro e semplice realismo l’arma suprema per raccontare poeticamente il cancro della memoria e del passato che finisce per erodere dall’interno una relazione solo in apparenza solida ma contaminata dal peso di un fantasma d’amore mai dimenticato. Andrew Haigh si dimostra capace tanto quanto nel precedente Weeked di affrontare con garbo e sensibilità il tema della relazione affettiva messa a nudo fin nei suoi intimi anfratti, questa volta scegliendo di lavorare per sottrazione sino ad asciugare la narrazione e ridurla alla pura essenza delle parole, così come nello stile dei migliori film di dialogo di Rohmer, decidendo infine di rinunciare alla classica colonna sonora e impiegando commenti musicali esclusivamente diegetici, tutti brani estrapolati dal passato e dalla vita dei due protagonisti e che ne segnano le tappe fondamentali di ascesa e caduta. Non è un caso infatti che sia proprio “Smoke Gets in Yours Eyes” (nella celebre versione dei Platters) a definire il circolo ideale di apertura e chiusura della storia, un brano dolce ed evocativo preso come simbolo dell’amore della coppia ma che nasconde l’inquietante presagio di una relazione in cui tutto appare alla fine solo “fumo negli occhi”. L’etereo fantasma del primo grande amore di Geoff aleggia come un’ombra sepolcrale per tutta la vicenda, e la sua essenza si percepisce anche laddove si sceglie di non mostrane mai le sembianze carnali, una presenza che si sedimenta in ogni ricordo, in ogni parola e in ogni sguardo e che finisce per insinuare il tarlo del dubbio nel cuore e nella mente della disorientata Kate.

Charlotte Rampling e Tom Courtenay, premiati entrambi con l’orso d’argento al 65° Festival di Berlino, danno vita ad una perfetta e commovente alchimia che si gioca tutta sulle parole, i gesti e i laconici sguardi, una magistrale prova attoriale che buca la superficie dello schermo e si trasferisce in un livello extra-cinematografico che lambisce la misteriosa e intima palude dell’introspezione psicologica che solo Bresson e Antonioni erano riusciti a valicale con tale sicurezza.