Ada (Unclenching the Fists) recensione
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Ada (Unclenching the Fists) è l’opera seconda di Kira Kovalenko, una regista originaria di Nalchik, località ai piedi del Caucaso e vicina a quella della nostra protagonista, che si è formata con il grandissimo Aleksandr Sokurov (Arca Russa). Il film è stato presentato in anteprima nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 74, dove ha ricevuto il Grand Prix da una giuria guidata da Andrea Arnold, un’altra regista specializzata nell’analisi delle figure femminili in luoghi isolati, degli uomini lascivi che incontrano e dei loro sogni di liberazione. Da domani, 14 luglio, Ada (Unclenching the Fists) sarà disponibile nelle sale italiane, distribuito da Movies Inspired.

I “pugni chiusi” di Ada (Unclenching the Fists)

Ada (Milana Aguzarova), è una giovane donna costretta a vivere un’adolescenza precaria e conflittuale. E’ prigioniera delle minacce dell’inquietante fratello (Khetag Bibilov) ma soprattutto del padre Zaur (Alik Karaev), dispotico e burbero, che ostacola continuamente il naturale passaggio di età di Ada. La giovane deve disfarsi dei profumi, tagliarsi i capelli, le viene nascosta l’unica chiave dell’appartamento e persino il suo passaporto.

Nell’universo cinematografico di Kovalenko, la presa di posizione fatica ad arrivare e la co-dipendenza famigliare, seppur investita di nauseante disperazione, è una regola soggiogante. Ada arriva persino ad ammettere di non avere più tempo per provare a liberarsi, scappare, e che potrebbe seriamente rimanere per sempre così. La speranza arriva sotto forma del fratello maggiore Akim (Soslan Khugaev) che, trasferitosi a Rostov, brilla dell’aura di essere riuscito a sfuggito alle grinfie del padre.

I pugni chiusi scandiscono la narrazione di Unclenching the Fists: serrati, rigidissimi, appesantiscono la vita e le sfortune di una famiglia che vive in una ex città mineraria sulle montagne dell’Ossezia del Nord. Ci sono quelli della protagonista, Ada, afflitta dalla frustrazione per una gabbia che la confina sempre più; quelli del fratello Akim, con le nocche bianchissime e pronti a colpire; ma soprattutto ci sono quelli del padre Zaur, freddo come il ghiaccio e con una stretta da rigor mortis.

Ada (Unclenching the fists) film

Un dramma claustrofobico

Il tema della gioventù che cerca di sottrarsi al controllo dei genitori abbonda da sempre nel cinema. Non a caso, il titolo del film di Kovalenko è un riferimento esplicito all’esordio del regista italiano Marco Bellocchio del 1965, I pugni in tasca, che esplora la vita di diverse generazioni di una famiglia dell’Appennino piacentino, dal punto di vista del giovane protagonista Alessandro. In Unclenching The Fists, Ada è protagonista di una storia altrettanto claustrofobica, accentuata dalle norme sociali patriarcali che ancora governano alcune famiglie del Caucaso settentrionale. Il senso di costrizione provato da Ada viene rimarcato ogni istante nella fotografia, partendo dai confini angusti della casa di famiglia e gli interni dell’auto e del minimarket, dove si svolge la maggior parte della narrazione.

Ma Ada è pur sempre una giovane donna, che vuole portare alta la bandiera dei suoi sogni: è per questo che arriva lo stile, persino un po’ di surrealismo, a compensare la cupezza della storia: i fotogrammi di Pavel Fomintsev abbracciano una tonalità satura, quasi dorata, che di tanto in tanto ci scruta sorniona dal colletto di una tuta tirato in su fino al naso: quello di Ada, con cui cerca di coprirsi e rifuggere il destino che le spetta, ma che lascia scoperti gli occhi che hanno bisogno di risollevarsi l’umore.

Stringere i pugni, e i denti

Il motivo della decadenza attraversa il film come un filo conduttore. Nell’appartamento della famiglia, l’acqua gocciola tristemente dal rubinetto, le inquadrature di rottami metallici, dei cani radangi per strada o della grigia autostrada dipingono un quadro di disperazione, che va a martoriare persino i corpi dei protagonisti. Zaur è ripetutamente afflitto da spasmi alle mani, tanto che il figlio minore deve aiutarlo al volante quando guida e la stessa Ada sta lottando con una ferita subita in un tragico incidente la cui memoria l’accompagna ancora.

Emerge dunque come i problemi di Ada in Unclenching the Fists non siano solo legati alla miseria economica della sua terra, ma anche all’esperienza dei violenti anni 2000 in Ossezia, interessati dalla seconda guerra cecena. Tuttavia, Zaur non sopporta l’idea che la figlia possa lasciare la loro terra per cercare un futuro migliore, e l’addita addirittura come traditrice: sembra che né lui, né gli abitanti di Misur come comunità, siano in grado di accettare la propria impotenza di fronte allo stato della loro patria.

Ada è prigioniera del suo corpo, non può essere una donna in tutti i sensi: è intrappolata nello stretto abbraccio dei suoi parenti, che stride con il suo desiderio di libertà e prolunga ogni problematica fisica e psicologica. Unclenching the Fists ci suggerisce che è ora di lasciare andare questo abbraccio, stringere i pugni – e i denti – e aprire la cerniera della tuta, mostrando i nostri occhi ridenti.

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