Addicted-desiderio irresistibile recensione

Diretto dal regista di Beauty Shop e The Perfect Match, Addicted-desiderio irresistibile è disponibile su Netflix dal 14 Marzo. Si basa sull’omonimo romanzo del 2001 di Zane, scrittrice di letteratura erotica piuttosto popolare oltreoceano.  La protagonista di Addicted è Zoe Reynard (Sharon Leal), un’agente di artisti emergenti, donna in carriera con una bella famiglia alle spalle e una vita apparentemente perfetta.

Il film si apre con una seduta di psicoterapia, nella quale veniamo a conoscenza dei tormenti di Zoe, legati alla sfera sessuale. L’intesa sessuale tra Zoe e il marito Jason (Boris Kodjoe) è, in realtà, inizialmente molto forte, nonostante egli sia l’unico uomo con cui Zoe abbia condiviso la sfera intima. Questa armonia familiare inizierà però a corrodersi quando Zoe farà la conoscenza di Quinton Canosa (William Levy), un prestante artista di origini spagnole. Fra i due nasce una passione irrefrenabile, che condurranno però Zoe ad avvertire sensi di colpa e di smarrimento nei confronti di un equilibrio familiare e matrimoniale che sta perdendo. 

Addicted non riesce a sondare profondamente il tormento della protagonista

L’intento registico e narrativo della pellicola sarebbe quello di indagare le cause e conseguenze della dipendenza sessuale della protagonista, ad oggi una delle dipendenze più diffuse, classificata come disturbo patologico o comportamentale. Tematiche, queste, affrontate nel mirabolante e intensissimo “Shame”, film del 2011 di Steve McQueen, che indaga visceralmente l’abisso di depravazione e caduta morale che affliggono il protagonista, interpretato da un impareggiabile Fassbender. Al contrario, Addicted non riesce a stabilizzarsi su questa linea di trasposizione autentica ed intensa di un disturbo, risultando poco più che un harmony semi-soft porno banale e privo di un ritmo ben definito. 

La condizione mentale ed emotiva di Zoe è uno debole pretesto per l’inserimento di sequenze che vorrebbero essere piene di eros, passionali, ma il cui unico focus è indugiare sui corpi aitanti, sulla fisicità degli attori in modo tale da solleticare la curiosità dello spettatore. È il lato estetico a risultare preponderante, superficiale e privo di introspezione, non quello etico, di sofferenza autentica, che va a sondare la componente di assuefazione e inerzia al piacere sessuale. La dipendenza è indagata unicamente come esagerazione, ostentazione di un desiderio irrefrenabile, non come un qualcosa che priva della propria soggettività. Il problema di Zoe e del film si riduce all’incapacità della protagonista di soddisfare i suoi bisogni e non al vero conflitto interiore e a ciò che ha causato il trauma.  

Il film di Woodruff avrebbe potuto indagare tramite un nuovo sguardo registico un tipo di dipendenza poco indagata dal punto di vista femminile nel panorama degli addiction-drama. Il focus sarebbe potuto essere sulle donne che soffrono di una patologia stigmatizzata e non ancora ben compresa. Il film evita invece consapevolmente di sondare il lato più oscuro e degradante della dipendenza, adottando un tono patinato e a favore di camera, privo di qualsiasi autenticità o di uno sguardo autoriale deciso. 

Un film privo di un reale erotismo, mascherato dietro una patina glamour

Il tono del film si rifà sicuramente ai romanzi rosa, mentre alcune scelte registiche rimandano alla fortunata serie erotica di Cinquanta Sfumature, con Dakota Johnson e Jamie Dornan protagonisti. Woodruff vorrebbe raccontare una storia di dipendenza sessuale, di ossessione e caduta in una spirale distruttiva, ma il focus è su tutt’altro e il risultato non è altro che un melò con sfumature erotiche privo di qualsiasi spessore. 

L’origine patologica del desiderio sessuale di Zoe è a malapena affrontata, perciò emergono solo tratti caratteriali di Zoe con cui lo spettatore non riesce ad empatizzare. Solo sul finale si introduce la dimensione della dipendenza, in maniera forzata e accessoria, banalizzando le cause che si celano davvero dietro al disturbo di Zoe. Il trauma infantile di Zoe viene inserito all’ultimo per cercare di risollevare un andamento narrativo piatto e che fatica a coinvolgere. 

Il film punta sulla componente erotica, ma di erotismo vero non ce n’è quasi traccia, tantomeno di realismo. Il film dovrebbe appunto essere sulla dipendenza sessuale, invece le scene più sessuali ed esplicite sono un tripudio di inquadrature estetizzanti, corpi modellati su pose studiate e caricaturali.

Gli attori restituiscono performance macchiettistiche e poco convincenti. Sono in primo piano i loro corpi, non conferiscono spessore alle battute pronunciate, che vorrebbero risultare passionali, ma finiscono per apparire ridicole. Ne è un esempio il personaggio di Quinton, presentatoci sempre a torso nudo e privo di un qualsiasi arco di trasformazione del personaggio. Persino il percorso terapeutico che Zoe affronta, e quindi, la figura della terapista, risultano banalizzati, privati della loro reale funzione benefica e messi al servizio di una narrazione che si vuole porre come mero sfoggio della libidine sessuale della protagonista.