Alita: L'angelo della Battaglia

Dopo l’esperimento di Ghost in the Shell, un altro famoso manga/anime arriva sul grande schermo, diretto da Robert Rodriguez e prodotto da James Comeron. Si tratta di Alita: l’Angelo della Battaglia, opera più famosa di Yukito Kishiro.

Il film, nato da questo inedito matrimonio creativo, vede il braccio di Rodriguez al servizio della mente di Cameron e il risultato è scoppiettante, esattamente come si poteva immaginare sulla carta. L’immaginario digitale dei due filmmaker si fonde e l’aspetto visivo del film è sorprendente.

I primi trailer ci avevano mostra la scelta, insolita e azzardata, di utilizzare la computer grafica e la motion capture per la protagonista, immergendola in un cast di contorno “analogico”. Ebbene il risultato non poteva essere più riuscito. Pur palesando qualche stranezza nell’animazione delle espressioni, il lavoro di effetti visivi sul viso della protagonista, in particolare l’ingrandimento degli occhi sul genere manga, si sposa alla perfezione con la fluidità del racconto e dei movimenti.

Soprattutto perché, non appena vediamo questo tratto insolito sul volto di Alita, siamo anche introdotti in un mondo nuovo, che dipinge sul nostro volto la stessa espressione meravigliata. A poco a poco, questo dettaglio viene assimilato e lo spettatore è tutto per la storia.

Il punto forte del film è proprio la ricostruzione visiva dell’universo di Kishiro: la naturalezza con cui sintetico e naturale convivono è rappresentativa di un mondo coerente, sviluppato, consapevole di ciò che è diventato. L’umanità e i cyborg vivono in armonia e buoni e cattivi sono tutti guidati dall’ambizione per raggiungere la vetta, quella città sospesa che promette benessere.

In questo panorama socio culturale, Alita: l’Angelo della Battaglia inserisce l’aspetto più umano della storia: l’amore filiale e quello romantico della protagonista per il suo salvatore e per quel ragazzo belloccio, un po’ misterioso, ma dal cuore d’oro. I legami umani del cyborg Alita arricchiscono il personaggio e lo rendono più vicino allo spettatore, laddove le sue doti acrobatiche e di combattimento la pongono in una posizione di alterità e deità anche rispetto agli altri esseri sintetici che di volta in volta sono contro di lei o al suo fianco.

Questa ricchezza emotiva e visiva del film si scontra però violentemente con la necessità della storia di dire troppo senza riuscire sempre a dare il giusto spazio ad alcuni nodi narrativi o anche ad alcuni personaggi che creano soltanto l’effetto di affollamento, anche se se ne intuisce il potenziale.

Nonostante questo sovraffollarsi di storie, più complesse da cogliere per chi non è ferrato rispetto al materiale originale, la collaborazione tra Rodriguez e Cameron mette in luce il meglio dello stile di entrambi, rivelando al pubblico una creatività che andrebbe ulteriormente esplorata, sul grande schermo, formato perfetto per il grande spettacolo che i due filmmaker vogliono offrire.

Gli occhi grandi di Alita sono il faro che guida lo spettatore per tutto il film, quegli occhi tanto innaturali quanto familiari a chi ama l’universo della narrazione illustrata giapponese e che diventano lo specchio della meraviglia con cui lo spettatore assiste alla storia, chiedendone di più e desiderando di rimanere ancora un po’ accanto a questo Angelo della Battaglia.

Alita: l’Angelo della Battaglia, il trailer