Ghost in the Shell

Arriva il 30 marzo in sala Ghost in The Shell, riproposizione in live action del classico dell’animazione giapponese omonimo diretto da Mamoru Oshii nel 1995.

 

Il primo live action dal 1989

Funzionalità, bellezza, eleganza. Sono gli aggettivi che sembrano guidare i designer e gli ingegneri che ci forniscono le tecnlogie di oggi e di domani, con l’augurio che diventino prolungamenti del nostro corpo. Ragionando per estremi, potrebbero addirittura diventare il nostro corpo, un involucro dove custodire l’anima o, nelle parole di Masamune Shirow, il nostro Ghost (fantasma).

Ghost in the Shell  di Rupert Sanders (Biancaneve e il cacciatore, 2012) è il primo adattamento cinematografico con attori del manga di Shirow uscito nel 1989. Dopo 2 film d’animazione, 3 serie tv animate e 3 videogame, per la prima volta il Maggiore Motoko Kusanagi ha fattezze di carne ed ossa. Interpretata da una Scarlett Johansson che si conferma artisticamente in crescita, il Maggiore è un cyborg a capo di un’organizzazione di antiterrorismo cibernetico gestita dalla Hanka Robotics. Nella lotta contro un misterioso sabotatore, il Maggiore si troverà a fare i conti con la sua ambigua natura di robot dall’animo umano e il suo passato, misteriosamente avvolto nella nebbia.

Ghost in the Shell demolisce il binomio tecnologia-bellezza

ghost in the shellAmbientato in un futuro imprecisato, ma che non sembra poi molto lontano, il film, attraverso un 3D di buon livello, ci cala in un mondo fatto di slogan pubblicitari e di corpi mutilati. Se non riusciamo a spezzare il binomio tecnologia-bellezza, almeno estetica, vedere questo film potrebbe aiutarci invece a farlo. Le strade in cui si muovono i personaggi, le cui fattezze restano vicinissime ai loro antenati di grafite, mostrano un mondo in cui gli esseri umani hanno sostituito parti del loro corpo con pezzi dalla sofisticata funzionalità tecnologica, ma privi di grazia. Un mondo in cui il corpo perfetto e dall’apparenza indistruttibile dei cyborg, viene deturpato incessantemente, svelando una inquietantemente gelida mostruosità.

Il film stesso è il perfetto specchio di ciò che racconta: un involucro confezionato da tecniche messe in pratica ad arte e da attori dalla comprovata bravura (meritevole di nota è l’apporto di Micheal Pitt), ma nel quale si è smarrita l’anima che nel gergo del manga è tradotta appunto col termine “ghost”, che in questo caso sembra racchiudere una definizione più che calzante.

Se pur riesce a restituire un immaginario riconoscibile e una scrittura chiara e precisa, che ha senz’altro successo nell’intento di far immergere nella storia anche i “profani” dell’opera, non possiede l’impatto che un messaggio così attuale e così terrificante come la supremazia finale della tecnologia sull’uomo dovrebbe avere.

Ghost in the ShellScenario naturale per un romanzo di Murakami

Ghost in the Shell svela un Giappone inghiottito dall’iperrealtà, lo scenario naturale per un romanzo di Murakami, dove le solitudini si acuiscono fino a neautralizzare ogni traccia di umano calore. E allo stesso modo, senza alcuno scossone, lo spettatore lascia la sala cinematografica.