Ariaferma film 2021

Ariaferma è uno dei lungometraggi presentato fuori concorso alla 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Il regista Leonardo Di Costanzo era già stato nel 2012 al Lido di Venezia per la sezione Orizzonti con l’opera L’intervallo che gli fece aggiudicare il David di Donatello come miglior regista esordiente.

Di formazione documentaristica, Di Costanzo nel corso dei suoi lavori si è sempre focalizzato sulla situazione campana ferita dalla Camorra, senza però raccontarne necessariamente la violenza e la brutalità, quanto il sottofondo del mondo che vi abita accanto, e questo in particolar modo nel momento in cui si è avvicinato al cinema di finzione.

Ariaferma, la trama

Ariaferma ha un’ambientazione e un contesto leggermente differenti rispetto alle scelte che il regista ha fatto fino ad oggi. La storia si svolge all’interno di un carcere non realmente esistente, in un luogo non meglio identificato, ma che parrebbe essere la Sardegna. Appena svuotato per essere poi definitivamente chiuso, vi viene effettuato il trasferimento di tutti i detenuti tranne dodici (tra questi Silvio Orlando, Salvatore Striano e Pietro Giuliano), che non possono essere immediatamente spostati perché la loro destinazione è in un posto sovraffollato.

La vecchia direttrice (Francesca Ventriglia) convoca allora alcuni della polizia penitenziaria che prima erano impiegati lì (Toni Servillo, Fabrizio Ferracane e Leonardo Capuano), felici perché se ne sarebbero andati a breve, comunicandogli invece la notizia del loro temporaneo trattenimento, che accolgono chiaramente con sorpresa e riluttanza.

Da quel momento inizia il nuovo assestamento che comporterà la riorganizzazione di equilibri interni ed esterni, tra carcerati e secondini. Ed è interessantissimo il modo in cui viene tradotto attraverso gli screzi tra i poliziotti che increduli a volte rintuzzano le iniziative del capoposto (Servillo), perché spontaneamente le distanze si allentano e a momenti capita di rendersi conto di essere comunque tutti esseri umani.

Toni Servillo è sempre gigantesco nel rendere qualunque personaggio, ed è evidente che tanta della forza del film si regga sulla sua interpretazione. Il canto e controcanto principali del film son quelli tra lui e Silvio Orlando, che fa la parte del detenuto malavitoso Carmine Lagioia, e da una necessità parte una convivenza forzata da cui crescono piccoli spiragli di un’umanità in più. È vero che i ruoli non si possono abbattere, così come è vero che la ragione per cui gli uni e gli altri si trovano lì, ovviamente non è la stessa, e non è un facile e tediante romanticismo che vuol tirar fuori Leonardo Di Costanzo.

Ma la tenerezza di determinati episodi che si verificano, che coinvolgono per lo più il detenuto Fantaccini (Pietro Giuliano) in contrasto con un altro ottimo interprete come Fabrizio Ferracane – che fa il poliziotto cattivo Franco Coletti – sono una scusa ideale per il regista di provare a fare il quadro di un micro mondo in cui si aprono gli occhi e, anche se né il passato né il futuro si possono gestire, nel presente basta davvero un minimo gesto di conforto a far la differenza tra il sollievo e la disperazione.

Servillo e Orlando sono il centro del racconto

Una cosa certa è che la struttura del film è interamente avvolta attorno agli attori Servillo e  Orlando, il primo conferisce personalità a tutto ciò che fa, come una sorta di Re Mida, tanto che persino il boss Carmine Lagioia ne subisce il carisma attoriale, e non sempre questo risulta coerente con il ruolo che gli è stato affidato.

Nell’essere una piacevole fiaba color ruggine e cemento, a tratti fa affacciare sull’amarezza del mondo che racconta. Ma non in maniera continuativa, tant’è che capita a volte di dirsi che sì, sarebbe bello.

Ma, se la credibilità a volte tentenna, è sempre adorabile assistere alla creazione di una storia anche solo grazie al modo in cui viene resa dal cast. L’idea di Di Costanzo è fondamentalmente buona, ma risulta complessivamente debole nella sua realizzazione finale.