Biutiful film

Due mani si sfiorano e si scambiano un anello di famiglia. Così comincia e termina ciclicamente Biutiful, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, il quale dopo tre film corali Amores Perros, 21 Grammi e Babel, si separa dallo sceneggiatore Guillermo Arriaga e scrive, assistito dell’esordiente Armando Bo, la storia di Uxbal.

 

Uxbal è un uomo in caduta libera che svolge una ricerca interiore per redimersi dal male; egli è impegnato in traffici illegali, vive sfruttando, pur con gentilezza, la manodopera clandestina cinese e i venditori ambulanti senegalesi: ha due figli, Mateo e Anae una moglie, Marambradalla personalità bipolare, con cui ha un rapporto difficile e burrascoso. Iñárritu con questo film ci coinvolge in un’escalation del dolore che sembra non aver fine e che esclude ogni speranza.

La città in cui si svolge il film è Barcellona, città del turismo per eccellenza che abbiamo avuto il piacere di vedere solare e patinata in Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen, ma che qui scopriamo occultata, crepuscolare. Una città metropolitana, interculturale in cui convivono le più differenti etnie. Una Barcellona sporca, in cui le persone muoiono, sono uccise, sfruttate e malmenate.  Attraverso questo film, Iñárritu ci fa percorrere personalmente strade e vicoli, mostrandoci un organismo divorato, come quello del protagonista, da un cancro sociale che ha prodotto metastasi ovunque.

Di biutiful c’è ben poco, forse in Mateo e Ana che nonostante il contesto in cui vivono sono solari e speranzosi e nell’amore incondizionato di un padre che fa di tutto per assicurare un futuro migliore ai propri figli. Biutiful è dunque una discesa negli inferi in cui nulla viene risparmiato allo spettatore che si ritrova coinvolto nel dolore di Uxbal, malato di cancro alla prostata, e nel degrado di una città che non è altro che la rappresentazione di un intero mondo colmo di eccessive miserie umane, fisiche e psichiche.

Biutiful

Javier Bardem, che ha vinto per questo film il premio come migliore attore all’ultima edizione del Festival di Cannes, ex aequo con il nostrano Elio Germano, è stato abile nell’interpretare il suo personaggio con dignità e consapevolezza e ha lasciato tutti a bocca aperta per il grande realismo con cui ha mostrato lo stadio finale della vita di Uxbal. Molti i temi presenti in questo film, quello centrale, il tema della paternità: Uxbal è un bravo padre che tenta di difendere i suoi figli da un mondo così spietatamente disumano, cercando di insegnare loro i valori dell’umanità e della carità verso il prossimo, indipendentemente dalle differenze culturali. Uxbal è inoltre un figlio che non ha conosciuto il proprio padre ma che rincontra nel momento della morte.

Un altro tema è quello decisamente attuale dell’immigrazione e dell’integrazione delle comunità provenienti dall’estero, un tema che caratterizza il film e che non cade mai nella banalità, ma piuttosto è descritto nella maniera più realistica possibile. Ma non finisce qui, anche la spiritualità è un altro tema analizzato e sviscerato da Iñárritu. Uxbal ha un dono, riesce a sentire quello che i morti hanno da dire quando si ritrovano sospesi tra la morte e l’oblio definitivo. Un dono che lo aiuta finanziariamente ma che non gli dà pace.

Biutiful è in definitiva un film complesso, caratterizzato da molti elementi che lo rendono intenso e coinvolgente. Da elogiare è la tecnica registica di Iñárritu che mantiene una visione realistica dall’incipit al finale e la fotografia di Rodrigo Prieto che comunica verità e lucidità. Anche la scelta della musica rimane in sintonia con gli altri elementi che formano il film, una musica fatta di dissonanze, di suoni elettronici distorti che metaforizzano velocità e disarmonia, caratteristiche imprescindibili di una metropoli.