Ci sono voluti più di 10 anni e il sostegno di una produzione danese per realizzare un film come Innocence. Guy Davidi, regista e sceneggiatore israeliano, ha messo in piedi un documentario critico e toccante. Innocence affronta un tema di punta per i giovani d’Israele: il servizio militare obbligatorio.
Presentato alla 79ª Mostra internazionale di Venezia nella sezione Orizzonti, Innocence è prodotto da Danish Documentary Production, Medalia Productions, Making Movies e Real Lava Sagafilms.
Di cosa parla Innocence
Innocence è un collage di testimonianze che parla di forze armate mettendo in primo piano i due suoi maggiori nemici: innocenza e sensibilità. In Israele, fin da bambini i cittadini imparano le gesta e l’importanza dell’esercito. Attraverso un’opera di storytelling che inizia all’asilo, gli israeliani vengono incoraggiati a prestare servizio militare. Così, non appena compiono 18 anni sono obbligati a unirsi all’esercito: i ragazzi per 36 mesi, le ragazze per 24.
Il regista del film Guy Davidi sceglie quindi di creare una narrazione opposta: invece di cantare le gesta dei soldati, racconta di coloro che, costretti al servizio militare, hanno perso la vita: c’è chi è rimasto ucciso e chi ha scelto il suicidio. Unendo video amatoriali, interviste ai parenti delle vittime, lettere d’addio, disegni e riprese sul campo, Innocence mostra la perdita d’innocenza a cui sono costretti i ragazzi d’Israele.
Dall’olocausto alla militarizzazione
Fino a che punto la
narrazione dell’olocausto è storia e quando diventa invece uno
strumento politico? Questa è la tagliente domanda che
Davidi vuole porre al pubblico, in primo
luogo ai suoi concittadini. Oggi l’Israele è abilissimo nella
narrazione dell’utilità e dell’eroicità del proprio esercito.
Facendo leva sui soprusi subiti dagli ebrei durante la Seconda
Guerra Mondiale, il governo sembra giustificare la necessità di
avere delle forze armate potenti e pronte a difendere i
cittadini.
Mostrare la realtà in modo critico
L’autore smonta completamente la legittimazione della violenza messa in piedi dal governo israeliano. Per riuscire nella sua operazione, il regista non fa altro che servirsi della realtà: prende i video amatoriali realizzati tra le mura domestiche, riprende i bambini che giocano vicino al confine militare, si reca nelle scuole dove le maestre spiegano ai bambini e ai ragazzi le gesta dell’esercito. Da tutto questo materiale vero, calato negli eventi e nella quotidianità, scaturisce in maniera naturale il documentario. Non serve aggiungere altro, la realtà si commenta da sola.
Il punto di vista dei deboli: i bambini
L’operazione del regista
gira tutta attorno all’arte del raccontare: mostra il lato
oscuro della politica di militarizzazione adottata dal suo
Paese. In particolare, pone luce sulle storie non raccontare e
sulle personalità non adatte alle armi. In una parola, i deboli. La
debolezza però non viene condannata e neppure
compatita. Davidi vuole far prendere
coscienza dell’esistenza di essa, cosa che non avviene di frequente
in Israele.
Chi sono, per eccellenza, i deboli, le creature da proteggere? I bambini. È l’autore stesso ad esprimere il suo interesse per i più piccoli. ”Non c’è niente che mi tocchi di più della sensibilità di un bambino quando scopre il mondo, e non c’è niente che mi ferisca di più che vederla annientata. Israele non è un luogo in cui si valorizza l’innocenza.”
Un percorso a tappe
Per arrivare al cuore dello spettatore, Davidi inizia il suo documentario mostrando i disegni dei bambini, opere per eccellenza sincere e innocenti, che però raffigurano i soldati. Da qui, step dopo step, segue la crescita di un cittadino: la fine delle scuole, l’inizio dell’addestramento, il giuramento, tutti i passaggi che, a poco a poco, tolgono innocenza ai giovani israeliani.