judy recensione

Questa recensione di Judy è di parte. Chi scrive ha un rapporto particolare con l’eroina (è il caso di definirla così) protagonista e questo rende il giudizio sempre fallibile, non imparziale. Ma si farà del proprio meglio, soprattutto alla luce del fatto che, il film, al cinema dal 30 gennaio, è uno dei protagonisti della stagione dei premi, grazie all’interpretazione di Renée Zellweger.

 

Il film, diretto da Rupert Goold e basato sul dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, è il racconto delle ultime settimane di vita della Garland, il periodo dei concerti londinesi, una serie di spettacoli nel corso di cinque settimane al The Talk of the Town. La storia però non procede come un normale biopic, ma si concentra, oltre che sul presente, su due elementi importanti della vita di Judy Garland: da una parte l’adolescenza a Hollywood; dall’altra la sua esigenza di essere una donna normale, una madre single lavoratrice che lotta per avere il tempo e i soldi per stare con i figli.

Judy denuncia il lato oscuro dello showbiz

L’intenzione polemica di Goold è chiara, sia in difesa della protagonista che in accusa di un intero sistema. La Hollywood degli anni d’oro, quella che sfornava stelle e divinità dello showbusiness, era una trappola oscura in cui molti, tra cui anche la piccola Garland, sono caduti. Il personaggio viene dunque scritto con precisione: il desiderio di accettazione, la paura di fallire e di essere dimenticati, il bisogno di essere apprezzata ed amata, la voglia di continuare ad esprimere la sua arte e l’immenso e innegabile talento che ne ha costituito anche, purtroppo, la condanna. Judy era tutto questo, ma desiderava anche essere una donna autentica, una madre, una persona normale amata non solo dai fan ma anche dagli affetti normali.

Questo desiderio costante l’ha condotta ai 5 matrimoni, all’abuso di alcol e droghe (che l’hanno consumata fisicamente), all’affannato bisogno di avere i figli con sé, ma anche in ultimo all’estrema solitudine in cui ha vissuto da sempre. Vista da subito come una miniera d’oro, alla ragazza venne rubata l’adolescenza, e in definitiva la possibilità di avere una vita normale.

Judy è un omaggio all’artista e alla donna

judy recensioneIl film di Rupert Goold vuole quindi essere non solo un biopic, ma una denuncia ad una Hollywood che sembra per fortuna essere sempre più diversa da quei modelli produttivi, e anche un omaggio, accorato, delicato, intimo ad una delle figure del mondo dello spettacolo che ancora oggi rappresentano la storia.

Negli Stati Uniti, Judy Garland è un mito, un’icona (non solo per la comunità LGBT), un esempio per chi vuole fare spettacolo e un vero e proprio simbolo. Considerare questo aspetto, per il pubblico non statunitense, potrebbe rendere più chiara la portata di questo film in patria, e soprattutto l’importanza di una performance come quella della Zellweger che davvero si trasforma in Judy, non solo attraverso trucco, postura, voce (parlata e cantata), ma anche perché riesce a metterne in scena i turbamenti profondi, le ferite, i traumi, in una performance che effettivamente rende degno di nota un film altrimenti assolutamente trascurabile.

Renée è davvero Judy

È chiaro l’impegno del regista di dire la propria su un lato oscuro del mondo dello spettacolo e di celebrare la donna, raccontando come gli anni dell’infanzia hanno plasmato la sua età adulta e le sue carenze affettive, tuttavia è innegabile che Judy sia completamente sulle spalle della sua interprete, che riesce a reggere tutti gli insistiti primi piani con cui viene raccontata la storia.

In Judy, Renée Zellweger si trasforma completamente in un’eroina tragica alla fine della sua parabola di vita. Lasciata completamente sola, quella che fu la piccola Dorothy ancora cerca la strada per casa, un posto che in vita, forse, non ha mai trovato, ma che in morte trova ancora oggi, tra quel pubblico che la ama tanto da alzarsi in piedi e cantare per lei, quando anche la sua voce la stava abbandonando.

Judy: intervista al regista Rupert Goold

 
RASSEGNA PANORAMICA
Chiara Guida
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Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice di Cinefilos.it, lavora come direttore della testata da quando è stata fondata, nel 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.