la caja recensione

Con il titolo di La Caja, Lorenzo Vigas torna al Lido di Venezia, presentandolo in concorso alla 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, dopo che nel 2015 era stato premiato con il Leone d’oro al miglior film per Ti guardo, facendolo diventare la prima opera di nazionalità sudamericana a ricevere il riconoscimento. I colleghi che lo seguiranno, saranno Guillermo del Toro nel 2017 con La forma dell’acqua (anche se, a onor del vero, concorreva con la bandiera degli Stati Uniti) e Alfonso Cuaròn l’anno successivo con Roma.

Ai tempi Vigas era esordiente: Ti guardo era il suo primo lungometraggio e parlava di un rapporto morboso dai tratti omoerotici tra un uomo di mezza età e un giovane appartenente a una gang di Caracas. Ne La Caja – la cui traduzione è “la cassa” – la questione è molto diversa, ma ad avere séguito è la relazione sbilanciata che s’instaura tra un uomo sulla cinquantina e un ragazzo adolescente.

La Caja, la trama

Hatzín (interpretato da Hatzín Mendoza) sta viaggiando in treno diretto al nord del Messico per recuperare i resti del padre che son stati trovati in una fossa comune. Solo e apparentemente abbandonato a se stesso, l’unico contatto che ha è quello con la sua nonna, a cui telefona periodicamente, rassicurandola e aggiornandola sui suoi spostamenti.

La cassa del titolo è quella dentro la quale ad Hatzín vengono finalmente consegnate le spoglie del papà, e che lui tiene in braccio portandola sommessamente su un autobus di ritorno verso casa della nonna. Fintanto che, durante il viaggio, non nota dal finestrino un uomo che gli pare fortemente familiare (Hernán Navarrete), e che decide d’iniziare a seguire ad ogni costo, anche quello di cambiare definitivamente rotta.

Sì, perché le tematiche che Vigas fa emergere da La Caja, affondano le radici in tanta della cultura e dell’immaginario sudamericani. Una ferita e un dolore profondi e penetranti, che gridano gli effetti di un’orfanezza così diffusa, da essere diventata una condizione sociale.

Ed è di questa fame continua che narra il film, prodotto ancora una volta da Michel Franco, a sua volta presente a Venezia per il film Sundown. Un vuoto appartenente ad un popolo intero, che accomuna talmente tanto da generare un incessante bisogno di giustizia.

L’uomo che Hatzín segue è un personaggio semplice e ambiguo, per quanto non troppo calcato nelle sue sfumature. E la resa che fanno entrambi gli attori della loro relazione, è sempre su una linea vagamente tratteggiata, che non regala mai prove degne di reale profondità, che raccontino per davvero il dramma in corso.

Una storia che “gronda sangue”

Probabilmente è anche un bene che sia così, perché, nell’essere certamente un’occasione mancata, agevola nell’adoperare il giusto distacco a seguire una storia che, in realtà, gronda sangue da ogni lato.

Perché Hatzín interpreta lo smarrimento e l’estenuante ricerca di un padre che riguardano Paesi interi. La necessità di sentire di appartenere a qualcuno, e da questo qualcuno provenire, è così inscritta nell’uomo, da generare una mancanza di senso rispetto alla propria stessa vita, che è proprio quello contro cui dovrà iniziare a combattere il giovane protagonista.

Ma se è vero che chi ci genera ci spiega la nostra sorgente, è altrettanto vero che non ci determina. Così può addirittura accadere di essere in grado di prendere una posizione di netto distacco da qualcosa che decisamente non si condivide, rifiutare di seguire le orme del proprio padre, e da lì scegliere per la vita.

Perché, di fronte alle sofferenze subite da una situazione politico sociale in cui Hatzín è nato e per la quale non può fare niente, il potere che gli resta in mano ha molta più forza di quella che gli può essere imposta dalla sua storia. Ed è a partire da questo che può scegliere davvero l’esempio da seguire.