recensione L'immortale marco d'amore

Ciro L’Immortale è vivo. Lo abbiamo capito ovviamente dall’annuncio del film scritto, diretto e interpretato da Marco D’amore. Ma lo avevamo già intuito (volendo esagerare) da quelle bollicine d’aria che salivano mentre il corpo del boss affondava, nel tragico finale di Gomorra 3. Lo avevamo un po’ sperato, anche, a causa di quel nomignolo che gli conferiva un’aura misteriosa e minacciosa. L’Immortale è tornato, questa volta sul grande schermo, dal 5 dicembre nelle sale italiane, in un’operazione produttiva che si mette in comunicazione diretta con la serie tv.

 

L’immortale è infatti uno spin-off, una origin story, un’espansione, ma anche un ponte tra la quarta e la quinta stagione di Gomorra – La serie, un film che sposa i tempi, le sonorità, l’aspetto dello show e esalta tutto nel formato cinematografico, raccontandoci di un personaggio che non ha nulla da invidiare ai grandi cattivi della letteratura shakespeariana.

L’Immortale, la storia

La storia segue l’avventura di Ciro Di Marzio, redivivo, ai margini dell’Europa, dove le nuove mafie si affannano per trovare un loro posto nel mercato, dove la malavita russa si scontra con quella locale (siamo in Lettonia a Riga) e dove un nucleo di famiglie napoletane sopravvive alla periferia della città grazie all’”antica arte” dei magliari, contraffattori di grandi marche d’abbigliamento.

L’arrivo di Ciro è come l’avvento di un nobile in un paese di contadini: lui è il boss di Scampia, ritornato in vita e pronto, nonostante i rischi, a dare una nuova vita e una nuova ambizione a queste persone. In questo nucleo partenopeo a Riga, Ciro ritrova Bruno, e da questo incontro la narrazione si biforca, portandoci anche nella Napoli degli anni ’80, dopo il terremoto, in una città ferita ma vitale in cui il piccolo Ciro è cresciuto troppo in fretta insieme ad una banda di scugnizzi, orfani come lui.

Questo doppio binario su cui si muove la storia funge infatti sia da veicolo per raccontarci dell’infanzia di Ciro, per farci capire da dove viene quest’uomo, da dove nasce il suo rapporto con Bruno, fondamentale nello sviluppo della storia, sia da ponte narrativo verso una nuova vita che Ciro stesso deve costruirsi da zero, dopo che la sua esistenza è stata cancellata da un colpo di pistola al torace, esploso da Gennaro Savastano.

L’Immortale, solenne e tragico

La solennità della recitazione di Marco D’Amore va di pari passo con la sua altissima considerazione del personaggio, che a ben vedere merita a pieno titolo di essere inserito nel novero dei grandi cattivi della cultura (che sia storia letteraria o audiovisiva). Ciro è un uomo che ha perso tutto, per sua stessa mano o responsabilità, è un uomo senza paura, è un antieroe e un criminale feroce e tutta la sua storia, nella serie e nel film, lo pone a confine tra una figura che ci vergogniamo di amare e una che il nostro senso morale ci impone di odiare, per via delle efferatezze di cui si macchia.

Quello che è estremamente chiaro, nel film, e che emerge con forza più che in ogni altra vicenda legata al personaggio, è il vero senso del suo nomignolo. Ciro è davvero “Immortale”, ma per la prima volta questa sua identità è spogliata dell’aura eroica per rivelare la sua anima tragica. Il personaggio di Marco D’amore è immortale perché sopravvive a tutto e tutti, e vive la sua condizione come una condanna all’eterna solitudine. Tuttavia riesce a volgere a suo favore la maledizione, diventando il più bravo di tutti, il più forte, ovviamente il più cattivo.

L’Immortale è un ottimo prodotto cinematografico, che sfuma ancora di più i confini tra salotto e sala, ci regala un approfondimento doveroso di un personaggio che amiamo odiare, soprattutto per regia, scrittura, fotografia e musica è un buon esempio di coraggio premiato.