Moulin, il nuovo film di László Nemes presentato in Concorso al Festival di Cannes 2026, riporta il regista ungherese dentro il territorio storico e morale della Seconda guerra mondiale, ma lo fa scegliendo una strada diversa rispetto a quella già percorsa con Il figlio di Saul. Se lì l’orrore passava attraverso un’immersione fisica e quasi insostenibile nell’inferno dei campi di sterminio, qui Nemes si concentra su un’altra forma di resistenza: quella del silenzio, della lucidità e della tenuta psicologica davanti alla violenza del potere.
Il film racconta gli ultimi giorni di Jean Moulin, figura centrale della Resistenza francese contro l’occupazione nazista, interpretato da un Gilles Lellouche asciutto, misurato e perfettamente aderente alla materia del racconto. Prima di essere catturato e torturato dalla Gestapo, Moulin era riuscito a unificare i gruppi dispersi della Resistenza, trasformandosi in uno dei simboli più importanti dell’opposizione francese al nazismo. Nemes, però, evita la celebrazione patriottica e sceglie un approccio più sobrio, cupo e rigoroso, costruendo un film che guarda all’eroismo non come gesto spettacolare, ma come progressiva riduzione di ogni possibilità di fuga.
Un film diviso tra spionaggio e interrogatorio
La struttura di Moulin è piuttosto netta. Nella prima parte il film assume i contorni del cinema di spionaggio: riunioni clandestine, piani segreti, identità nascoste, negoziazioni, sospetti e tensioni interne tra i membri della Resistenza. Nemes lavora su atmosfere da noir, con una fotografia densa e ombrosa, restituendo un mondo in cui ogni parola può tradire, ogni incontro può essere sorvegliato, ogni relazione può nascondere un pericolo. È la sezione più narrativa del film, ma anche quella meno incisiva: solida, elegante, controllata, eppure a tratti un po’ statica, come se il racconto attendesse di arrivare al suo vero centro.
Quel centro arriva quando Moulin, presentatosi con il nome di Jean Martel, viene interrogato da Klaus Barbie, interpretato da un inquietante Lars Eidinger. Da quel momento il film cambia pelle e diventa un confronto serrato, morale e psicologico, tra il prigioniero e il suo carnefice. Barbie non agisce subito con la brutalità frontale: all’inizio interroga, insinua, finge di non sapere, poi lascia emergere progressivamente la certezza di avere davanti l’uomo che stava cercando. Moulin nega, tace, resiste. Ma il suo silenzio non è mai presentato come un gesto facile o mitizzato: è una fatica concreta, una prova sempre più estrema, una scelta che il corpo rischia di non poter sostenere.
L’orrore fuori campo e la forza della sottrazione
Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui Nemes sceglie di rappresentare la violenza. Moulin contiene torture, pestaggi, finte esecuzioni, minacce e pressioni psicologiche, ma non indulge quasi mai nel compiacimento visivo. Molto resta fuori campo, affidato al suono, ai volti, alle pause e alla consapevolezza di ciò che sta per accadere. È una scelta coerente con un film che non cerca il ricatto emotivo, ma la tensione morale. L’orrore non nasce tanto dall’immagine della tortura, quanto dalla sua inevitabilità, dal tempo che si restringe, dalla certezza che ogni minuto passato in quella prigione avvicini Moulin a un punto di non ritorno.
In questo senso, la regia di Nemes appare meno ostentata rispetto ai suoi lavori precedenti. Il suo controllo formale resta evidente, così come la precisione della messinscena e la forza delle immagini, ma Moulin sembra rinunciare in parte al virtuosismo per aderire a un registro più classico e severo. È un film secco, quasi claustrofobico, che restringe progressivamente il proprio campo d’azione fino a trasformare l’interrogatorio in una prigione mentale. La posta in gioco non è soltanto la sopravvivenza di Moulin, ma quella degli altri membri della Resistenza, dei nomi che potrebbe pronunciare, delle vite che il suo cedimento potrebbe condannare.
Il duello tra Lellouche ed Eidinger sostiene gran parte della seconda metà del film. Il primo lavora per sottrazione, costruendo un Moulin fatto di immobilità, sguardi trattenuti e fermezza fragile; il secondo dà corpo a un Barbie feroce, manipolatorio, attraversato da una violenza che può esplodere in qualsiasi momento. Attorno a loro, gli altri detenuti e i collaboratori della Gestapo amplificano un clima di minaccia costante, in cui il silenzio diventa l’unica forma possibile di opposizione.
Moulin non è un film perfetto. La sua compattezza rischia talvolta di trasformarsi in ripetizione, e la prima parte non sempre possiede la stessa forza della seconda. Eppure, quando trova il proprio asse nel confronto tra vittima e carnefice, il film diventa potente, angosciante e profondamente coerente. Nemes firma un’opera sobria e dolorosa, lontana dalla retorica dell’eroe monumentale, interessata piuttosto al momento in cui la Storia si concentra su un corpo solo, su una scelta estrema, su un silenzio che può diventare più eloquente di qualsiasi discorso.
Moulin
Sommario
Moulin è un film rigoroso e formalmente controllato, ma anche troppo trattenuto e ripetitivo, che trova forza nel duello psicologico tra Gilles Lellouche e Lars Eidinger senza riuscire sempre a trasformare la tensione storica in vero coinvolgimento emotivo.
