In Darkness recensione

Leopold Socha (Robert Wickiewicz) è un operaio che arrotonda il suo stipendio con qualche furto. Conosce le fognature di Lvov come le sue tasche: quei cunicoli sotterranei dove nessuno metterebbe piede sono sia il suo posto di lavoro, sia il nascondiglio per la sua refurtiva.

Durante il 1943 l’uomo, in ricognizione tra i canali, si imbatte in un gruppo di ebrei che vuole nascondersi nelle fogne per sfuggire all’imminente rastrellamento del ghetto. Deciso a non farsi sfuggire un’occasione di guadagno, stringe un patto con loro: non li denuncerà e, anzi, li aiuterà a orientarsi nel labirinto sotterraneo, solo in cambio di una grossa somma di denaro.

Gli ebrei, soprattutto il giovane Mundek (Benno Fürmann), sono inizialmente rassegnati e diffidenti nei confronti del polacco, ma poco a poco, testimoni dei rischi crescenti che l’operaio si assume nel tentativo di salvarli, si affezionano a lui.

Recensione film In Darkness di Agnieszka Holland

Il tempo passato nell’oscurità, la mancanza d’aria e la convivenza forzata tra i rifugiati, portano lentamente alla luce gli aspetti migliori e quelli peggiori dell’animo umano, l’amore e la follia, la disperazione e la tenerezza, la fiducia e l’odio, in un affresco potente che riesce nell’intento di ricordare al pubblico una delle pagine più nere della storia del Novecento.

In Darkness filmIn Darkness, infatti, porta sullo schermo la vera storia degli ebrei salvati da Leopold Socha, ed è tratto da un libro, Nelle fogne di Lvov di Robert Marshall, che narra proprio di quei 14 mesi di prigionia forzata messa in atto per evitare la deportazione.

La regista Agnieszka Holland, però, in accordo con lo sceneggiatore David F. Shamoon, evita di trasporre nel film gli orrori del libro e cerca piuttosto di sondare i sentimenti di alcuni uomini e donne trovatisi a dover fare delle scelte difficili al limite del comprensibile e a vivere in condizioni quasi inumane.

Con un uso della fotografia decisamente metaforico, che vede scene buie e soffocanti nelle fogne con il solo Socha illuminato costantemente (come portatore di luce) e una durata notevole, due ore e mezza, la Holland lascia a chi guarda il compito di immedesimarsi nei corpi dei rifugiati e trascina, anche per poco, il pubblico sottoterra, preda della paura, della noia, del freddo.

Un film non facile, talvolta claustrofobico, che prova a usare diversi registri e a mettere a fuoco personaggi complessi, per narrare la non banalità del bene e l’eroismo di un uomo lontano dai canoni dell’eroe.

Da sottolineare soprattutto i contrasti, resi con dei dolly che sembrano spezzare il confine che divide la città dalle fognature, tra il mondo luminoso in cui scorre la vita della città di Vlov e la condizione di Mundek, Klara e degli altri ebrei.

In Darkness è un film da vedere per riflettere, per scuotersi dal torpore, per porsi delle domande.

In uscita il 24 gennaio, non a caso in prossimità del Giorno della Memoria.

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