smile recensione
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Come diceva l’Old Boy del 2003, “Sorridi, e il mondo sorriderà con te“… a vedere il film di Parker Finn però non sembra davvero qualcosa da augurarsi. Sin dall’emblematico ed esplicito titolo, e dalla sua stessa inquietante locandina, Smile ci invita – e forse insegna – a diffidare dei sorrisi troppo ampi. Una lezione valida nel quotidiano di tutti noi, ma che nell’horror distribuito da Eagle Pictures (in sala dal 29 settembre) assume una forma diversa, impossibile da dimenticare.

Se li vedi sorridere… è già troppo tardi

Nel bene e nel male, come spesso accade, visto che il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore del corto Laura Hasn’t Slept del 2020 – al quale questo film deve molto, anche come spunto (lì una giovane chiedeva al proprio terapista di liberarla da un incubo ricorrente) – ha sicuramente le sue luci e ombre, ma si è dimostrato in grado di conquistare il pubblico dei test-screening organizzati dalla Paramount, che invece di destinarlo alla propria piattaforma di streaming come previsto ha finito per concedergli una distribuzione cinematografica, nazionale e internazionale.

Merito sicuramente della Sosie Bacon di Tredici e Omicidio a Easttown, capace di trasformarsi sullo schermo nel passaggio da dottoressa a ‘paziente’, ma soprattutto sull’espressività dei suoi tanti compagni di viaggio, in particolare delle vittime della maledizione intorno alla quale tutto ruota. A partire dal traumatico episodio al quale assiste la dottoressa Rose Cotter da lei interpretata, che coinvolge una sua paziente e la condanna a una persecuzione sempre più spaventosa. Fenomeni inspiegabili e il sospetto che i suoi timori possano essere fondati, spingono la donna a cedere al panico e a un passato che non ha mai smesso di tormentarla.

Smile: thriller psicologico, soprannaturale o convenzionale?

Una traccia che il film suggerisce e sviluppa, sebbene più a livello di citazione che di motore narrativo, tanto che le ferite familiari e il senso di colpa che affligge Rose restano una backstory esplorata in maniera tangenziale. D’altronde, fare altrimenti avrebbe portato il film su tutt’altro binario. Non l’unico ignorato dalle scelte fatte dal regista, che in un ipotetico ‘What If‘ avrebbe avuto la possibilità di regalare qualcosa di più ai suoi personaggi, e a noi del pubblico.

Il crescente delirio paranoico e la possibile distorsione della realtà dei quali è vittima la protagonista sembrano essere un diretto riferimento all’ipocrisia statunitense verso l’eccesso di emozioni o fragilità e paure spesso inaccettabili dal comune sentire. Ma siamo nel campo delle ipotesi, che quello che resta sullo schermo sono una serie di immagini riconoscibili come entrate nel canone, classico o moderno che sia (dalle riprese aeree alla Shining a quelle rovesciate simil Stranger Things), e un finale che si fa scappare la possibilità di non scadere dal convenzionale e nel già visto.

Un peccato, considerato che Smile conserva ugualmente una sua forza, e una carica ansiogena data dal senso di impotenza e di pericolo costanti. Più incisivi della sovrabbondanza di jumpscare, pure di sicuro effetto, che poco aggiungono all’emozionante esperienza che gli spettatori sono costretti a vivere. Più nella prima metà della vicenda, ché anche il twist finale non costituisce una vera sfida per chiunque abbia la lucidità necessaria a riconoscere come incredibile – o inaccettabile – la possibilità di sospendere l’incredulità dinnanzi a certi supposti colpi di scena.

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