stardust

In un biopic si può puntare sul mainstream, raccontare un artista attraverso i suoi grandi successi, dare al pubblico ciò che si aspetta di vedere, restituendo l’immagine iconica della figura in questione, oppure cercare di esplorarne i lati meno noti e, come ormai spesso si fa, puntare su episodi o aspetti per lo più sconosciuti della vita e della carriera di un personaggio divenuto famoso. In tutti e due i casi, la strada è scivolosa, perché si ha a che fare appunto con delle icone. Il pubblico le ama e non vuole vedere rovinata l’immagine  che ha di loro. David Bowie è senza dubbio una di queste figure. Simbolo del glam rock e tra i capisaldi del rock tout court, amato da più generazioni e spesso da persone dai gusti musicali i più disparati. Un artista trasversale, la cui musica è entrata a far parte della memoria collettiva.

 
 

Il regista britannico Gabriel Range gli dedica il suo Stardust, che partecipa nella Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma. E sceglie proprio di parlare del Bowie prima del successo, quello che i più non conoscono. Il film non può purtroppo contare sulla musica di Bowie, poiché, come ha dichiarato lo stesso regista, la famiglia non gli ha permesso di utilizzarla, ma a sua detta, l’estraneità dei familiari al progetto gli ha dato maggiore libertà di esprimersi.

Stardust, la trama

1971, Washington. David Bowie (Johnny Flynn) è agli inizi. Di lui si conoscono solo un paio di brani dall’album Space Oddity, tra cui la title track. Mentre The man who sold the world, appena uscito, è giudicato troppo triste e oscuro e non sta andando affatto bene. La sua etichetta, la Mercury, lo vuole scaricare, ma lui è ambizioso e vuole il successo. Quello che manca, dice il suo agente, “è un personaggio da vendere”. Chi è David come artista? Mentre cerca di rispondere a questa domanda, Bowie si imbarca per un tour negli Usa che si rivela un fallimento. Non ci sono soldi e i documenti di David non sono in regola, così non può suonare, ma solo parlare, ovvero rilasciare interviste. Nonostante Ron Oberman (Marc Maron), l’unico in America che crede in lui, si faccia in quattro per procurargli incontri con giornalisti e serate clandestine in cui esibirsi, Bowie colleziona un fiasco dopo l’altro. Scostante e provocatore con i giornalisti, confuso su sé stesso, è preda dei fantasmi del passato e della paura di impazzire, finché non realizza che la chiave del successo è diventare qualcun altro: Ziggy Stardust.

Un Bowie intimo ma nebuloso e poco coinvolgente

In questo lavoro scritto a quattro mani con Christopher Bell, Range punta i riflettori sul viaggio interiore che ha portato Bowie ad essere quello che conosciamo e svelare aspetti pressoché ignoti della sua vita. Si parla di disturbi mentali in famiglia: la schizofrenia di cui soffriva il fratello maggiore Terry e la malattia mentale che aveva colpito tre sue zie e la madre. Si evidenzia la paura di Bowie di ammalarsi anch’egli. Emerge anche una figura di artista ancora immaturo e incerto, che non sa bene cosa vuole fare della propria arte, cosa vuole essere nel panorama musicale. L’unica cosa chiara è che vuole avere successo.

Il problema di Stardust non è tanto, o non è solo che Flynn non canti le canzoni di Bowie, ma che effettivamente si racconti poco e in maniera confusa proprio ciò che dovrebbe essere il fulcro del film. Non solo Flynn canta Jaques Brel – Bowie ne fece alcune cover durante le sue apparizioni live nei primi anni ’70, tra cui My Death e Amsterdam qui presenti – e gli Yardbirds, oltre a una canzone composta dallo stesso Flynn per il film. Ma il lavoro  non fa capire molto sul percorso interiore dell’uomo Bowie. Egli ha creato il suo Ziggy Stardust “per vivere la follia in modo sicuro”, come ha dichiarato il regista? Oppure ha semplicemente esorcizzato in questo modo le proprie paure, dando spazio all’immaginazione? Vista la sua lunga e fulgida carriera, sembra difficile pensare ad un uomo con un quoziente così elevato di instabilità, né il regista sembra crederci fino in fondo, sebbene flirti a lungo con questa possibilità. Il rapporto col fratello Terry, Derek Moran, poi, non è approfondito, sebbene si intuisca fosse stretto e sia presente in diversi momenti, sia della vita reale, che nei flash visionari di David. Dal punto di vista stilistico, la parte più surreale e visionaria del film non si integra in modo ottimale col resto della narrazione, dai toni realistici.

Flynn (attore di serie tv e di film come Sils Maria di Olivier Assayas e Emma di Autumn de Wilde) lavora molto bene su pronuncia e timbro del parlato, che somigliano effettivamente a quelli di Bowie. Nel cantato, la sfida più difficile, ciò avviene meno e l’attore – che è anche musicista con la band Johnny Flynn and the Sussex Wit  –  non sempre sopperisce con l’intensità dell’interpretazione. La sua performance attoriale è altalenante.

Monocorde risulta il personaggio di Angie, moglie di Bowie, interpretata da Jena Malone, che non fa che accusare il marito di essere assente o non fare abbastanza. Manca un vero approfondimento sul loro rapporto.

Bowie e la scena glam rock, tutta “fuffa”?

Intervistato, Bowie non appare particolarmente brillante, non particolarmente efficace come provocatore, che pure vorrebbe essere. Sembra piuttosto atteggiarsi da dandy e trasgressivo, non essendo ben consapevole di ciò che fa e perché. La sua figura non ne esce benissimo, così come altri protagonisti del rock di quegli anni. Mark Bolan dei T-Rex, interpretato da James Cade, ma anche personaggi della scena americana come Lou Reed e Andy Warhol, che sarebbero stati fondamentali per Bowie, e lui per loro. Ne escono quasi come dei fantocci, dei personaggi costruiti ad arte dietro i quali c’è molta “fuffa”. Questo sorprende da parte di chi ammira Bowie e il rock di quegli anni. Sembra quasi dar ragione a chi definisce rock, e glam in particolare, come qualcosa di appariscente senza però grande sostanza.

La monotonia di Stardust

Il lavoro diretto da Range risulta quindi lento e noioso perché porta lo spettatore in giro per questo tour americano fallimentare dall’inizio, fino quasi alla fine del film. Una sequela di tappe rovinose, una uguale all’altra, cui è dedicato davvero troppo spazio. Stardust non riesce mai a coinvolgere con un momento davvero trascinante. Resta un peregrinare monotono che sembra senza meta perché il protagonista stesso non sa dove sta andando, nella vita e nella professione.