The House That Jack Built

A sette anni da una delle controversie più chiacchierate del Festival di Cannes, Lars Von Trier torna a salire la montée des marches e a presentare sulla croisette un suo film, fuori concorso. Sette anni fa era Melancholia, nella competizione ufficiale, quest’anno è il turno di The House That Jack Built, un thriller in cui Matt Dillon accompagna lo spettatore nella sua discesa all’Inferno, un luogo popolato di cadaveri e di propositi scabrosi, per la gente comune e per lo spettatore stesso, ma considerati artistici e altissimi nella visione di questo oscuro personaggio.

 

Jack, interpretato da Dillon, è infatti un ingegnere che sarebbe voluto diventare un architetto, e che nella vita ha due scopi: il primo è quello di riuscire a costruire per sé una casa su un suo terreno, l’abitazione perfetta; il secondo è quello di raggiungere il massimo grado di creatività nel corso della sua carriera da serial killer. È lo stesso Jack che ci racconta l’evoluzione del suo “vizio”, cominciato quasi per caso con l’omicidio impulsivo della prima vittima, una fastidiosissima donna interpretata da Uma Thurman. Il film procede per capitoli, che Jack, con voce fuori campo, definisce “incidenti”, cinque vittime che hanno particolarmente stimolato l’istinto omicida/creativo del protagonista.

Il primo elemento degno di riflessione, in The House That Jack Built, è l’aspirazione di Jack. L’uomo ha una preparazione da ingegnere, esecutore, quindi, ma ha anche dentro di sé un forte istinto creativo e artistico che, nel suo ambito professionale, è attribuito maggiormente ad un architetto, una professione per cui non ha la preparazione, ma che prova ad esercitare su se stesso, progettando la sua casa, un esercizio lungo e difficile, che non riesce a portare avanti. Vuole comporre la musica, non eseguirla, per usare una metafora che lui stesso adotta nel film. Questo suo voler creare invece di eseguire sembra un perfetto parallelo con le intenzioni del regista, che riempie di sé e della sua visione il film intero.

Lunghi dal ripetere se stesso, con The House That Jack Built, Lars Von Trier racconta il valore dell’opera e dell’aspirazione umana, che in Jack si tramuta in istinto omicida, mai impulsivo o fuori controllo, se non per il primo episodio. Dal momento che il lavoro con la casa è fermo, Jack sfoga la sua creatività nell’omicidio, escogitando sempre nuovi modi per realizzare i suoi scopi. Lo sforzo creativo di Jack si sovrappone a quello di Lars, e senza paura di risultare sgradevole, il regista si cala nel suo personaggio, tanto che lo fa scendere all’inferno, una catabasi accompagnata da un Virgilio d’eccezione, Bruno Ganz nei panni del misterioso Verge.

La tensione verso la perfezione dell’opera d’arte può essere rintracciata anche nel nome che Jack sceglie per il suo alter ego da serial killer: Mr. Sophistication. La raffinatezza è quella che lui stesso insegue, e dal grezzo colpo di crick che sblocca il suo istinto omicida, lo vedremo percorrere un cammino lungo e sanguinoso per aspirare allo stato d’arte.

Molte polemiche hanno anticipato l’arrivo del film a Cannes 2018, tra queste anche l’accusa di estrema violenza. In realtà Von Trier è crudo e sanguinario, ma senza compiacimento visivo, lascia quasi ogni scena scabrosa fuori dal quadro e permette allo spettatore di intuire il fuori campo. Si tratta di un gioco molto raffinato che consente al regista di suggerire i momenti più efferati, senza risparmiare una buona dose di sangue.

Il risultato di questo sforzo e questa tensione verso l’arte è un compendio dell’opera stessa di Lars Von Trier, un film cardine di una filmografia mai paga di stupire e interrogare il suo fruitore. Oltretutto il regista danese condisce anche la più cruenta delle scene con un tono ironico che rende divertente la visione del pur lungo film, con la sua tipica acuta intelligenza, con la sua voglia di giocare con chi lo guarda, provocandolo e spingendolo oltre le sue stesse barriere della mente.