Il debutto alla regia del noto attore televisivo Rolando Ravello con la commedia Tutti contro tutti non può dirsi certo riuscito, poiché egli propone la trasposizione cinematografica di una sua pièce teatrale dal titolo Agostino – Tutti contro tutti del 2010 scritta in collaborazione con Massimiliano Bruno, che qui compare come co-sceneggiatore, non preoccupandosi minimamente di adattare la narrazione al meccanismo del grande schermo.

 
 

In Tutti contro Tutti, Rolando Ravello Agostino, un modesto operaio che vive nella periferia della capitale, dopo essere tornato dai festeggiamenti per la comunione del figlio, trova improvvisamente la serratura di casa cambiata e l’appartamento occupato da abusivi. A nulla valgono i tentativi del povero uomo di rivolgersi alle autorità, in quanto lui stesso non possiede un regolare contratto di residenza. Spodestato dalla sua dimora, con la complicità del cognato deciderà di attuare un piano folle e disperato; occupare assieme alla famiglia il pianerottolo di casa. Sarò solo l’inizio di una rocambolesca battaglia all’ultimo sangue per riconquistare possesso della propria abitazione, tra personaggi grotteschi e situazioni al limite della pazzia, fino ad un inaspettato colpo di scena risolutivo.

Ravello, chiaramente poco a suo agio alla regia, non è in grado di dirigere in maniera convincente ed efficace il gruppo di attori, tra i quali spiccano una più che  degna Kasia Smutniak nel ruolo della moglie, un eclettico Marco Giallini nei panni del cognato Sergio e un pittoresco Stefano Alfieri nelle vesti del Nonno Rocco. Il risultato è dunque quello di un teatro filmato, o meglio di un cabaret filmato; ci si trova dinnanzi ad un testo che vuole spacciarsi per denuncia sociale in stile “commedia all’italiana”, ma che finisce per essere nulla più che una sarabanda di gag e di scenette pseudo comiche, le quali hanno la presunzione di voler narrare in chiave bonaria e spensierata una tematica complessa come l’occupazione abusiva nelle grandi città.

Occhieggiando continuamente al cinema di Monicelli e di De Sica, Ravello ci propone una carrellata di personaggi eccessivamente stereotipati e di situazioni troppo prevedibili nel loro svolgimento, compreso anche il presunto rivolto finale. Un registro linguistico di bassa lega non può certo aggiungere nulla di buono ad un’opera che nel complesso appare come fiacca e sempre intenta ad arrampicarsi faticosamente sugli specchi della denuncia in chiave satirica. L’eccessiva sdrammatizzazione degli eventi poi alla lunga risulta fastidiosa e ridondante, quasi il regista volesse  invitarci a non prendere sul serio la situazione globale. In tutto ciò, la fotografia televisiva di Paolo Carnera e le musiche nostalgiche di Alessandro Mannarino non aggiungono nulla all’economia narrativa. L’intento di Ravello è quello di farci riflettere sulla lotta tra poveri e più poveri, ovvero sui “nuovi poveri”, fino a confondere tra loro il concetto di “tuo” e di “mio”. Purtroppo però l’attore romano non ci riesce, forse crogiolandosi troppo nell’illusione che una commedia amara possa essere l’antidoto ai problemi sociali.