The Mountain: recensione del film di Rick Alverson #Venezia75

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The Mountain

Dopo l’acclamato film d’apertura, First Man di Daniel Chazelle, Venezia 75 presenta il suo secondo candidato per la selezione ufficiale. Si tratta di The Mountain, diretto da Rick Alverson, di sicuro uno dei titoli più curiosi e chiacchierati del festival.

 

Ambientato nell’America degli anni cinquanta, il filmracconta la storia di Andy (Tye Sheridan), un ragazzo timido e introverso e con una storia familiare assai travagliata. Dopo l’internamento della madre e l’improvvisa morte del padre, ormai rimasto solo al mondo, Andy si affida al dottor Wallace Fiennes (Jeff Goldblum), un vecchio amico di famiglia, il quale gli offrirà un lavoro come ritrattista in una casa di cura per malattie mentali. A contatto però con la follia altrui, Andy subirà un lento ma permanente cambiamento.

Amore e odio, bianco e nero, bene e male, medico e paziente, normalità e follia. Il mondo in cui viviamo si basa su tutta una serie di opposti che regolano le nostre interazioni sociali. Ma l’universo presentato da Rick Alverson in The Mountain è molto diverso. Tutto gira nel verso sbagliato; le persone reprimono qualunque tipo di emozione e persino i medici sembrano essere meno lucidi dei pazienti che hanno in cura. Usando il suo stile originale, bizzarro e ormai inconfondibile, il regista porta sul grande schermo un dramma claustrofobico ed estenuante che mira a distruggere il mito dell’idilliaca America degli anni del boom economico. Il film, ambientato negli anni cinquanta, analizza il lavoro del dottor Wallace Fiennes, medico che fece di lobotomie ed elettroshock i suoi cavalli di battaglia. Queste procedure, che nella maggior parte dei casi trasformavano i pazienti in vegetali, venivano praticate da Fiennes per ‘curare’ non solo malattie mentali ma anche comportamenti considerati anormali come ad esempio l’omosessualità.

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The Mountain

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Attraverso i suoi inquietanti protagonisti, il regista esplora il concetto di follia umana nel senso più completo e complesso del termine. Abbiamo infatti un medico ubriacone affetto dal ‘complesso di Dio’ che usa la lobotomia come cura universale per le malattie mentali – interpretato da un geniale Jeff Goldblum -, un ragazzo sessualmente confuso che si auto convince di essere pazzo e un santone franco-americano che spaccia i suoi deliri come perle di saggezza.  Questi personaggi completamente fuori dalla realtà e dai comportamenti così respingenti sono parte di un film definito da Alverson stesso come anti-utopico, specchio di un’America che molti vorrebbero dimenticare.

A rendere il tutto ancor più sgradevole e disturbante c’è l’impianto estetico del film stesso. Le tinte calde e scure e gli ambienti stretti creano quasi una sensazione di soffocamento nello spettatore che in certi momenti si ritrova come a osservare dei quadri in movimento. Il vero problema però di The Mountain è la sua sceneggiatura, troppo scarna e confusionaria, decisamente non all’altezza della potenziale complessità del film. Un esperimento quello di Rick Alverson non completamente riuscito, quindi, ma pieno di spunti di riflessione, che ne fanno il perfetto combustibile del dibattito cinematografico da festival.