alfonso cuaron

A cinque anni da Gravity, Alfonso Cuaron sceglie ancora Venezia e il suo Festival per presentare al mondo il suo nuovo film. Si tratta di Roma, pellicola in bianco a nero ambientata a Città del Messico, nel quartiere che dà il titolo al film e che ha visto crescere il piccolo Alfonso. Un film che si preannunciava una storia autobiografica, ma in una maniera molto diversa rispetto a quanto ci si poteva aspettare.

 
 

“Il film è il più autobiografico che potessi fare, per il novanta per cento di tutte le scene vengono dalla mia memoria. L’obbiettivo per me era proprio questo dialogo della memoria e visitare quegli anni con la prospettiva di oggi. È autobiografico nel senso che è una ricostruzione di quello che ho vissuto, di quello che ricordo.” L’autobiografismo quindi è da rintracciare nei luoghi, nei fatti storici, nelle dinamiche familiari messe in scena, così come nelle vicende che il piccolo Alfonso ricorda della sua infanzia a Città del Messico.

Ma da dove nasce quest’esigenza? “La vecchiaia (ride)”

“Per me l’importante era parlare di questo, perché per me significa parlare di una cicatrice emozionale. Quel periodo, raccontato nel film, è una cicatrice per tutta la famiglia, ma lo stesso periodo rappresenta anche una cicatrice sociale nella coscienza del Messico.”

La Grande Storia, dunque, irrompe nella storia privata, come fosse un romanzo di Tolstoj, o un film di Ettore Scola, ma per il regista messicano premio Oscar nessun riferimento è stato consapevole. “Questo è il primo film in cui ho fatto uno sforzo razionale per non fare riferimenti a nulla – continua Cuaron – è uno sforzo per me, perché in tutti i miei film ci sono riferimenti ad altro. È capitato che se stavo lavorando a una scena, e questa scena mi ricordava un altro film o un romanzo, cambiavo immediatamente le mie scelte per fare una cosa diversa. La verità però è che nel mio DNA ci sono tutti questi riferimenti, c’è Scola, ma ci sono i Taviani, Pasolini, Rossellini evidentemente, ma non razionalmente.”

Un posto particolare spetta a Fellini: “In sala di montaggio, in una scena in particolare, ho chiesto al mio sund designer di inserire ‘il vento di Fellini’ in quella scena.”

Il film è girato in bianco e nero. Come mai? “Quando ho pensato al film, mi è apparso in bianco e nero. Non è stata una scelta, l’ho immaginato da subito così. Erano tre gli elementi che mi sono apparsi subito chiari. Il bianco e nero, il riferimento nella vita reale su cui ho costruito il personaggio di Cleo, tutta la struttura del film, che doveva essere basato sulla mia memoria.”

Il film ha anche un fondo di malinconia. Cosa rimpiangi di quegli anni? “Che cosa rimpiango degli anni ’70? La musica!”