Vox Lux: recensione del film con Natalie Portman #Venezia75

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Vox Lux

A inaugurare questo settimo giorno di festival oggi è Brady Corbet, alla sua seconda prova come regista, con Vox Lux, film che vanta una protagonista d’eccellenza, la bella Natalie Portman.

E’ il 1999 quando la piccola Celeste (Raffey Cassidy), di appena quattordici anni, sopravvive a una violenta tragedia. Dopo una lunga e lenta riabilitazione è chiamata a parlare alla commemorazione delle vittime di questa strage e il suo discorso si trasforma in una canzone, scritta a quattro mani con la sorella Eleanor (Stacy Martin). Il momento, ripreso dalle reti televisive, stuzzica la curiosità di un talent manager (Jude Law), che si impegna a trasformare Celeste in una famosa popstar. I due quindi cominciano a lavorare insieme e, mentre gli anni passano, la fama di Celeste cresce a tal punto da trasformare una semplice ragazzina in un’icona della musica pop. Arriviamo al 2017 con una Celeste adulta (Natalie Portman) ormai senza freni che, tra famiglia, lavoro e il suo nuovo tour Vox Lux, non riesce più a gestire lo stress…

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Dopo aver trionfato nel 2015 a Venezia nella sezione Orizzonti con la sua opera prima, Childhood of a Leader, Brady Corbet porta sul grande schermo della Mostra un nuovo film del tutto diverso dal precedente, complesso, inquietante e psichedelico. Vox Lux, a metà strada tra un biopic e dramma in musica – le canzoni sono tutte originali e scritte da Sia -, racconta l’ascesa al successo della piccola Celeste che, per puro caso, si ritrova a dover gestire una popolarità fin troppo ingombrante. Non a caso, infatti, il regista decide di ambientare la sua storia tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, periodo prospero della cultura pop.

L’elemento che più attira e sconvolge del film è il paralellismo che Corbet sembra voler tracciare tra l’ossessiva ricerca della fama e la perdita di valori che spesso sfocia in violenza. La storia di Celeste viene spesso interrotta da inserti di cronaca nera degli ultimi venti anni; una sparatoria in una scuola, la tragedia dell’11 settembre a New York, un’altra sparatoria in una spiaggia della Croazia. Questi tragici avvenimenti colpiscono sempre in qualche modo la protagonista che, si trova a dover rivivere il trauma subito e a dover fare i conti con il disturbo da stress post traumatico.

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Vox Lux, in un certo senso punta il dito contro l’industria della musica che, pur di continuare a far soldi, tratta adolescenti come Celeste come carne da macello. Nonostante appaia sin dall’inizio molto calma e sicura di sé, la giovane protagonista, infatti, non ci mette molto a crollare sotto il peso dello stress e delle responsabilità. Passa in breve tempo da ragazzina tutta casa e chiesa a festaiola impazzita amante delle droghe e dell’alcol. Si parla quindi di perdita dei valori e della moralità in favore di una vita più eccitante e di una popolarità travolgente.

La prima parte del film, quella che segue la crescita e la formazione della protagonista, è senza dubbio la più completa e interessante sia dal punto di vista estetico che narrativo. E’ infatti solo nel quarto capitolo, dal titolo Rigenesi, che Vox Lux perde un po’ della sua originalità. Nell’ultima parte del film arriviamo finalmente ai giorni nostri nel 2017 e incontriamo una Celeste ormai cresciuta e formata che risplende della bellezza di una Natalie Portman purtroppo un po’ fuori ruolo. La sua celeste così eccessiva e quasi grottesca risulta in alcuni momenti fin troppo sopra le righe per essere davvero credibile. Ma a deludere più di ogni altra cosa è il finale così approssimativo da lasciare lo spettatore quasi disorientato; all’abbondanza di contenuti e virtuosismi registici della prima parte segue purtroppo un epilogo troppo sbrigativo e inconcludente.