Venerdì 10 Giugno la libreria Altroquando ha ospitato la presentazione dell’ultima fatica di Christian Uva, ricercatore presso il Dipartimento Comunicazione e Spettacolo dell’Università Roma Tre. Ultracorpi ci introduce ad una visione moderna ed aggiornata dell’effettivo ruolo che l’attore ricopre nelle superproduzioni digitali hollywoodiane del nuovo millennio, approfondendo ed evolvendo le basi poste dal precedente Impronte digitali. Questa volta è proposta una visione puntualmente scientifica, concentrata sulle più recenti tecnologie, e, nel contempo, esistenziale. Uva intende mettere in luce come l’attore ed il suo corpo escano espansi ed intensificati dall’esperienza digitale, riuscendo così a crearsi un alter ego, un avatar dalle possibilità performative infinite.

 

La motion e la performance capture diventano così complicati meccanismi di cui noi vediamo solo il risultato finale, ma che riportano all’occhio dello spettatore quello che altrimenti sarebbe invisibile: come un attore che riesce finalmente a diventare fisicamente diversi personaggi nella stessa pellicola. Ne sono esempio film come Polar Express, A Christmas Carol e La leggenda di Beowulf, trilogia diretta dal visionario Robert Zemeckis. Il regista di Chicago ha del tutto stravolto le classiche tecniche di ripresa, facendo indossare ad attori del calibro di Jim Carrey e Tom Hanks buffe tute in licra ed elmetti speciali conil compito di registrare ogni movimento corporeo ed ogni espressione facciale.

Ma l’opera che più di tutte ha cambiato il modo di fare cinema è Il curioso caso di Benjamin Button. Per la prima volta ritroviamo, infatti, un immagine dgitalmente complessa che interagisce con un universo reale. Avatar, anche grazie alla sua enorme cassa di risonanza, è divenuto però simbolo delle teorie spiegate da Christian Uva riuscendo ad incorporare al suo interno le numerose tecnologie finalizzate alla cattura del movimento e dell’espressività umana. Tutto questo non ci ricorda però già qualcosa? I più appassionati non avranno sicuramente scordato il fucile fotografico di Marey e quella tuta che tanto si avvicina alla tipologia usata oggi per la registrazione del movimento. L’eco degli ultracopri di inizio ‘900 è arrivato fino a noi.