La 62ma edizione del Festival di Berlino si è chiusa ieri, domenica 19 febbraio, con l’assegnazione dell’Orso d’Oro al film Cesare deve morire dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani.

Il documentario, che ripercorre uno spaccato straordinariamente inconsueto per i detenuti del carcere di Rebibbia alle prese con la messa in scena del Giulio Cesare in quel luogo così impopolare per l’arte, è stato largamente apprezzato dalla giuria della Berlinale, presieduta quest’anno da Mike Leigh.

A quanto peraltro sostengono i media tedeschi, con Der Spiegel in testa, la scelta della giuria è stata alquanto conservatrice, laddove “c’erano tanti film politici forti, di autori giovani e impegnati” la cui valorizzazione sarebbe stata un modo per impreziosire lo stesso festival, che vuole senz’altro vedere la sua importanza accresciuta in modo da poter competere con Cannes e Venezia.

Delusi dalla vittoria dei fratelli italiani, dando per superfavorito Barbara del regista connazionale Petzold che si è invece aggiudicato l’Orso d’Argento per la regia, i giornali nazionali non hanno mancato di testimoniare la loro amarezza. Se per Der Spiegel si è trattato de Il Festival giusto, i vincitori sbagliati, il Tagelspiegel si è spinto oltre, premurandosi di sottolineare che gli ottantenni Paolo e Vittorio Taviani sono stati giudicati da un sessantanovenne Mike Leigh, facendo del festival l’interpretazione di una festa di vecchi autori del cinema europeo.

A prescindere dalle critiche, che d’altronde accompagnano ogni sconfitta, a noi italiani non resta che compiacerci di un premio che arriva dopo 21 anni di silenzio, ovvero dopo la vittoria, nel 1991, de La casa del sorriso di Marco Ferreri.

(fonte: news.cinecitta.com)