Grande emozione al
Carcere di Rebibbia Femminile di Roma, dove il 4 giugno si è svolta
l’anteprima della seconda parte di “Open the Door”, il
documentario diretto dall’artista iraniano Shahram
Karimi. Prodotto da Senza Frontiere Film
Festival, la pellicola è stata girata all’interno del
carcere da Karimi con la collaborazione di Luca
Lancise, con il fattivo coinvolgimento delle detenute, che
raccontano le loro emozioni attraverso immagini e testimonianze
dirette estratte dalla loro realtà quotidiana.
Dopo il primo video realizzato nel 2013 nel Carcere maschile di massima sicurezza di Spoleto, quest’anno “Apri la Porta – Open the Door part II” ha permesso a Shahram Karimi di proseguire il suo viaggio negli istituti di detenzione, facendolo entrare nel carcere di Rebibbia femminile. Alla proiezione ha assistito un pubblico d’eccezione, composto dalle detenute che hanno lavorato al video con il regista, un piccolo gruppo di loro compagne di reclusione, il direttore del Carcere Ida Del Grosso, l’educatrice Critina Dimitri e Fiamma Arditi, organizzatrice del festival. Prima della proiezione il saluto del regista, che dopo aver ringraziato i suoi collaboratori, ha detto: “Non vorrei parlare del mio lavoro, perchè è il mio lavoro che parla”, e ha descritto l’intensità della sua esperienza, facendo riferimento all’arricchimento personale che essa gli ha consentito di acquisire.
Luca Lancise, cha ha affiancato Karimi nel lavoro di regia, ha poi sottolineato come questo cortometraggio oggi può rappresentare “la prima porta che si apre, la prima barriera che si abbatte”.
Il video parte da
immagini bucoliche che ritraggono la vita delle detunute nel
giardino del carcere, a forte contrasto con le scene successive in
cui la detenzione è rappresentata da sole immagini di lunghi
corridoi, di sbarre alle finestre, dello sbattere rumoroso e
metallico dei cancelli. Da una porta che si chiude inizia il
viaggio nella sensibilità delle detenute, attraverso le loro parole
e le loro emozioni prosegue in un percorso che culmina nelle anime
di queste donne. Il concetto di libertà mentale e morale esula
dalla loro detenzione fisica, e accanto alla nostalgia per la
famiglia, i figli, la casa emerge il desiderio di raggiungere una
vera autonomia e libertà. Attraverso la catarsi che avviene in
carcere si ottiene una consapevolezza dei propri errori e una
speranza di riscatto in una nuova vita futura.
A proiezione conclusa, grazie anche agli interventi delle detunete presenti in sala, sono emerse profonde riflessioni collettive su tematiche universali, prima fra tutte la libertà. Infatti la direttrice del carcere Ida Del Grosso si è dichiarata soddisfatta del lavoro realizzato definendolo “un’opera d’arte, ma anche una sfida perchè il carcere non limiti mai la speranza”.
Il documentario verrà presentato al pubblico alla Casa del Cinema il 5 giugno, la prima delle tre giornate della settima edizione del festival SENZA FRONTIERE/withoutborders che proseguirà fino a sabato 7 giugno. L’ideatrice Fiamma Arditi parla di “un film festival dedicato agli esseri umani, dove gli esseri umani raccontano le loro storie”. Il Senza Frontiere quest’anno si fa portavoce di racconti unici tutti al femminile che esaltano la forza, l’energia e la sensibilità delle donne emozionando il cuore dello spettatore.