La stagione finale di The Boys sta generando una delle reazioni più divisive nella storia recente delle serie TV, e ora anche Karl Urban è intervenuto direttamente nel dibattito. L’attore, interprete di Billy Butcher, ha risposto duramente sui social ad alcune critiche rivolte alla quinta stagione, difendendo apertamente la scrittura dello showrunner Eric Kripke e le scelte narrative degli ultimi episodi.
La polemica è esplosa dopo che vari fan hanno accusato la stagione 5 di essere troppo focalizzata su Soldier Boy e sui futuri spin-off, sacrificando invece il cuore narrativo della serie originale. In particolare, l’episodio 7 — “The Frenchman, The Female, and the Man Called Mother’s Milk” — è diventato il peggior episodio della serie su IMDb con un punteggio di 6.5/10. Rispondendo a un video Instagram particolarmente critico, Urban ha commentato in pieno stile Butcher: “Stupid ass humor? Son … Your handle is literally soupypoopy69”, aggiungendo poi che Eric Kripke aveva scritto certe scene “perché è ciò che Clara avrebbe voluto”, riferimento diretto a Soldier Boy e alla futura serie prequel Vought Rising.
Dietro la reazione ironica di Urban si nasconde però una questione più ampia: la difficoltà di chiudere franchise seriali enormi senza entrare in conflitto con le aspettative del fandom. Negli ultimi anni serie come Game of Thrones, Stranger Things e Squid Game hanno mostrato quanto il pubblico contemporaneo tenda a vivere le stagioni finali quasi come un confronto personale con gli autori, soprattutto quando emergono spin-off e universi espansi.
Soldier Boy, Vought Rising e il problema degli universi televisivi infiniti
Gran parte delle critiche rivolte a “The Boys” riguarda infatti la percezione che la stagione finale stia preparando il terreno per il franchise futuro invece di concentrarsi esclusivamente sulla conclusione della storia principale. Il ritorno centrale di Soldier Boy, interpretato da Jensen Ackles, viene letto da molti spettatori come un ponte diretto verso Vought Rising, il prequel ambientato negli anni ’50 già previsto per il 2027.
Questo riflette una trasformazione strutturale delle grandi serie contemporanee: il finale non è più necessariamente una chiusura, ma spesso un punto di transizione verso nuove espansioni narrative. È lo stesso modello adottato dai grandi franchise cinematografici e streaming, dove l’universo conta più della singola storia.
Nel caso di “The Boys”, però, la situazione è ancora più delicata perché la serie aveva costruito il proprio successo proprio sulla capacità di sovvertire i meccanismi classici del franchise supereroistico. Per questo una parte del pubblico percepisce come contraddittorio il fatto che anche lo show di Eric Kripke stia ora entrando nella logica dell’espansione infinita.
Resta comunque un ultimo elemento decisivo: il finale “Blood and Bone”, in uscita il 20 maggio su Prime Video. Sarà quell’episodio a determinare se la quinta stagione verrà ricordata come una conclusione controversa ma coerente, oppure come il momento in cui “The Boys” ha iniziato a sacrificare la propria identità in favore del franchise.

