Con Backrooms, A24 prende uno dei fenomeni horror più importanti nati su internet e lo trasforma in un film che sembra voler ridefinire il modo in cui il cinema contemporaneo costruisce la paura. Nato come creepypasta su 4Chan e poi diventato un universo narrativo espanso tra videogiochi, racconti e video online, il mito delle Backrooms ha sempre funzionato perché colpiva una paura estremamente moderna: quella degli spazi impersonali, vuoti e infiniti. Il film diretto da Kane Parsons comprende perfettamente questa ossessione collettiva e, invece di “spiegare” troppo il fenomeno, decide di amplificarne il disagio.
Le prime recensioni positive mostrano infatti un consenso molto chiaro: Backrooms non funziona come horror tradizionale basato su jumpscare o mostri visibili, ma come esperienza psicologica costruita sul senso di smarrimento. È qui che il passaggio dal web al cinema diventa davvero interessante. Kane Parsons non prova a trasformare il suo materiale originale in un blockbuster convenzionale; al contrario, mantiene l’essenza minimale e alienante dei suoi corti YouTube, utilizzando il linguaggio cinematografico per rendere ancora più opprimente la sensazione di essere intrappolati in uno spazio che sembra non avere logica né uscita.
Perché gli spazi delle Backrooms sono così terrificanti nel film A24

Le recensioni insistono molto sul modo in cui il silenzio e gli spazi chiusi diventano strumenti narrativi centrali. Questo dettaglio è fondamentale, perché dimostra che Parsons ha capito cosa rendeva i suoi video originali così disturbanti: non la presenza di creature, ma l’idea di un mondo che sembra esistere senza esseri umani. L’orrore delle Backrooms deriva dalla sensazione che quei luoghi continuino a funzionare anche senza uno scopo reale, come se fossero i resti infiniti di una civiltà scomparsa. È un concetto vicino all’horror cosmico, ma filtrato attraverso l’estetica degli spazi commerciali e suburbani del capitalismo contemporaneo.
Il vero significato di Backrooms: l’ansia moderna trasformata in horror
Dietro l’estetica virale del creepypasta esiste però una riflessione più profonda sull’isolamento e sull’alienazione contemporanea. Le Backrooms sono diventate uno dei grandi miti horror di internet proprio perché sintetizzano un disagio collettivo molto difficile da definire. Non rappresentano soltanto la paura di perdersi, ma quella di esistere in uno spazio impersonale dove ogni identità sembra dissolversi. Nel film, questo concetto viene rafforzato dalle interpretazioni di Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor, che secondo la critica riescono a dare umanità a un racconto volutamente minimale.
LEGGI ANCHE – Cosa sono le Backrooms? La storia dietro il film horror di A24
La loro presenza è essenziale perché il rischio principale di un adattamento del genere era trasformare il concept in un semplice esercizio estetico. Invece, il film sembra usare i personaggi per mostrare come lo spazio influenzi la psicologia. Le Backrooms non attaccano soltanto il corpo, ma la percezione della realtà e del tempo. È qui che il film dialoga con una tradizione horror molto precisa, che va da Shining di Stanley Kubrick fino all’horror analogico contemporaneo. Il labirinto non è soltanto fisico: è mentale. Ogni corridoio identico al precedente produce un lento collasso dell’identità, e il pubblico finisce per condividere la stessa disorientante perdita di orientamento dei protagonisti.
Kane Parsons trasforma un fenomeno YouTube in vero cinema horror
Uno degli aspetti più sorprendenti delle reazioni critiche riguarda proprio la regia di Kane Parsons. Per anni Hollywood ha trattato i fenomeni internet come materiale da “ripulire” o rendere più tradizionale, mentre Backrooms sembra fare l’opposto: mantiene l’estetica sporca, minimale e destabilizzante che aveva reso virali i cortometraggi originali. È una scelta rischiosa, perché significa rinunciare a molte convenzioni narrative dell’horror mainstream, ma è probabilmente anche la ragione per cui il film sta colpendo così tanto la critica.

Backrooms potrebbe diventare il nuovo grande horror cult di A24
Le prime recensioni suggeriscono che Backrooms abbia tutte le caratteristiche per trasformarsi in uno dei grandi horror cult degli ultimi anni. Non solo perché parte da un fenomeno già iconico online, ma perché sembra riuscire nell’impresa più difficile: espandere quel mito senza distruggerne il mistero. Molti adattamenti horror contemporanei falliscono proprio nel momento in cui cercano di spiegare troppo il proprio universo; Backrooms, invece, pare comprendere che la paura più efficace nasce sempre dall’incompletezza e dall’assenza di risposte definitive.
Ed è forse questo il motivo per cui il film sta generando reazioni così forti. In un panorama horror dominato da franchise, lore iper-spiegate e universi condivisi, Backrooms torna a un’idea di paura molto più astratta e primitiva. Non c’è bisogno di comprendere perfettamente cosa siano le Backrooms per esserne terrorizzati. Basta osservare quei corridoi infiniti, sentire l’eco dei passi nel vuoto e percepire lentamente la sensazione più inquietante di tutte: che da quel luogo non si possa davvero uscire.

