Itaca – Il ritorno, diretto da Uberto Pasolini, affronta uno dei racconti più celebri della letteratura occidentale scegliendo una strada sorprendente. Anziché adattare l’intera Odissea di Omero, il regista concentra il proprio sguardo esclusivamente sugli ultimi giorni del viaggio di Odisseo (Ralph Fiennes), quelli del ritorno a casa e del difficile confronto con una famiglia e un regno profondamente cambiati dopo vent’anni di assenza. Il risultato è un film che conserva l’ossatura del poema, ma ne modifica tono, prospettiva e significato.
Chi si aspetta una trasposizione fedele dell’opera omerica, con divinità, creature leggendarie e grandi avventure, scoprirà invece un racconto intimista, costruito sulla psicologia dei personaggi e sulle conseguenze della guerra. Molte delle differenze introdotte da Pasolini non sono semplici adattamenti cinematografici, ma vere e proprie scelte narrative che trasformano il senso della storia. Analizzare questi cambiamenti permette di comprendere meglio gli obiettivi del film e il modo in cui dialoga con uno dei testi fondativi della cultura occidentale.
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Perché Itaca – Il ritorno racconta soltanto l’ultima parte dell’Odissea e come cambia il significato del finale
A differenza di molte trasposizioni dedicate alle avventure di Odisseo (tra cui quella attualmente al cinema di Christopher Nolan), Itaca – Il ritorno decide di raccontare soltanto il segmento conclusivo dell’Odissea. Il viaggio attraverso il Mediterraneo, l’incontro con il Ciclope Polifemo, le Sirene, Circe, Scilla, Cariddi e tutti gli episodi che hanno reso immortale il poema vengono completamente esclusi dalla narrazione. Quando il film inizia, il protagonista è già arrivato a destinazione: resta soltanto il compito più difficile, quello di tornare davvero a essere padre, marito e re.
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Questa scelta modifica profondamente la natura del racconto. Nel poema di Omero, il ritorno rappresenta il coronamento di una lunga serie di prove eroiche. Nel film, invece, costituisce il punto di partenza di una riflessione sul peso della guerra e sul tempo perduto. Odisseo, interpretato da Ralph Fiennes, appare come un uomo logorato fisicamente e interiormente, incapace di ritrovare immediatamente il ruolo che aveva lasciato vent’anni prima. Anche la preparazione fisica dell’attore risponde a questa visione: il regista voleva un corpo asciutto, segnato dalle fatiche e lontano dall’immagine dell’eroe atletico tradizionale.
Anche il finale assume così un significato differente. L’eliminazione dei Proci non rappresenta semplicemente il trionfo dell’eroe che riconquista il proprio regno, bensì l’ultimo atto di un conflitto che continua a lasciare cicatrici sui sopravvissuti. Pasolini utilizza la vicenda di Odisseo per parlare di qualsiasi soldato costretto a fare i conti con ciò che la guerra gli ha tolto, trasformando il mito in una riflessione universale sulla difficoltà di tornare a vivere.
L’assenza degli dèi e degli elementi fantastici trasforma il mito in un dramma profondamente umano
La differenza più evidente rispetto all’Odissea riguarda la totale eliminazione dell’intervento divino. Nel poema gli dèi guidano continuamente il destino degli uomini: Atena protegge Odisseo, Poseidone ostacola il suo viaggio e molte delle decisioni dei protagonisti vengono influenzate dalle volontà divine. In Itaca – Il ritorno tutto questo scompare completamente.
L’assenza delle divinità comporta anche l’eliminazione dell’intera dimensione fantastica del racconto. Non esistono mostri, incantesimi o creature leggendarie. Il viaggio diventa una vicenda storicamente plausibile, ambientata in un Mediterraneo concreto e privo di qualsiasi intervento soprannaturale. La guerra di Troia resta sullo sfondo come un evento realmente accaduto e le sofferenze del protagonista assumono un carattere molto più realistico.
Questa scelta permette al regista di concentrare tutta l’attenzione sulla psicologia dei personaggi. Secondo Pasolini, sarebbe stato difficile raccontare il peso delle responsabilità individuali se ogni evento fosse stato attribuito agli dèi, come accade nel poema. Nel film ogni decisione appartiene esclusivamente agli uomini, così come la colpa per la violenza esercitata durante la guerra. Odisseo porta sulle proprie spalle il peso delle morti dei compagni e della distruzione di Troia senza poter attribuire il proprio destino a una volontà superiore, diventando un protagonista molto più fragile e profondamente umano.
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I personaggi principali vengono riscritti per raccontare gli effetti del tempo e della guerra
Tra le modifiche più interessanti introdotte dal film c’è anche la rappresentazione dei protagonisti. Ralph Fiennes e Juliette Binoche, che interpretano rispettivamente Odisseo e Penelope, avevano poco più di sessant’anni durante le riprese, un’età sensibilmente superiore rispetto a quella suggerita dall’Odissea. La scelta non è casuale, perché contribuisce a rendere visibile il tempo trascorso e il peso di vent’anni di lontananza.
Nel poema, il ritorno di Odisseo conserva ancora un’aura eroica. Pur dopo mille peripezie, il protagonista resta il guerriero capace di imporsi con l’astuzia e con la forza. Nel film, invece, il suo corpo racconta una storia diversa. È un uomo consumato dalla fatica, segnato dalle battaglie e costretto a riconquistare lentamente la fiducia della moglie e del figlio. Il conflitto principale non riguarda più il recupero del trono, ma quello della propria identità.
Anche Penelope e Telemaco acquistano uno spazio emotivo molto più ampio rispetto a molte precedenti trasposizioni cinematografiche. La lunga attesa della regina e la crescita del figlio senza il padre diventano elementi centrali del racconto. La guerra, suggerisce il film, continua a colpire anche chi non ha mai impugnato una spada, lasciando ferite invisibili che sopravvivono ben oltre la conclusione del conflitto.
Alcune scene simboliche vengono modificate per cambiare il valore dei rapporti familiari
Accanto alle grandi scelte narrative, Itaca – Il ritorno introduce anche modifiche apparentemente minori che possiedono un forte valore simbolico. Una delle più significative riguarda il celebre letto nuziale di Odisseo e Penelope. Nell’Odissea è ricavato dal tronco di un albero vivo e, proprio perché radicato nella terra, non può essere spostato. Diventa così il simbolo dell’indissolubilità del matrimonio e permette a Penelope di riconoscere definitivamente il marito.
Nel film il letto è stato invece trasferito al piano superiore della casa. Il dettaglio potrebbe sembrare marginale, ma elimina uno dei simboli più potenti del poema. L’attenzione si sposta dall’oggetto alla relazione tra i personaggi, privilegiando la dimensione emotiva rispetto alla forza allegorica della tradizione omerica.
Un’altra modifica riguarda il destino dei familiari di Odisseo. Nel poema è la madre Anticlea a morire durante la lunga assenza del figlio, mentre Laerte sopravvive e sarà determinante negli eventi successivi al massacro dei Proci. Nel film, invece, questa parte della storia viene profondamente rielaborata, riducendo il ruolo di Laerte e semplificando il quadro familiare. Anche in questo caso la scelta riflette la volontà di concentrare il racconto sul nucleo formato da Odisseo, Penelope e Telemaco.
Il massacro dei Proci e il destino di Antinoo mostrano come il film riscriva il significato della vendetta
Le differenze emergono anche nella sequenza conclusiva dedicata allo scontro con i Proci. Nel poema di Omero, Antinoo è il primo pretendente a essere ucciso da Odisseo, colpito all’improvviso mentre sta banchettando. L’episodio sancisce l’inizio della vendetta dell’eroe e dimostra la superiorità strategica del re di Itaca.
Nel film la scena viene completamente modificata. Antinoo sopravvive per gran parte del massacro e viene infine ucciso da Telemaco, che lo sgozza quando la battaglia è ormai giunta al termine. La variazione attribuisce al figlio di Odisseo un ruolo molto più attivo e rappresenta simbolicamente il momento in cui il giovane conclude il proprio percorso di crescita.
Anche questa scelta conferma l’obiettivo perseguito da Pasolini lungo tutto il film. Il centro della narrazione non è più l’esaltazione dell’eroe mitologico, ma la ricostruzione di una famiglia distrutta dalla guerra. La vendetta perde la sua dimensione epica e diventa l’atto conclusivo di un dolore condiviso, mentre il ritorno di Odisseo assume il significato di una faticosa riconciliazione con sé stesso e con le persone che ha lasciato vent’anni prima.
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