La mummia di Lee Cronin: perché il reboot horror tradisce il mito che voleva reinventare

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La mummia di Lee Cronin, prodotto da Blumhouse Productions e diretto da Lee Cronin, nasce con un obiettivo preciso: riportare uno dei mostri più iconici del cinema all’horror puro, abbandonando definitivamente l’impostazione avventurosa che aveva reso celebre il franchise negli anni ’90 e 2000. Una scelta apparentemente coerente con il momento storico del genere, sempre più orientato verso atmosfere disturbanti, corporee e claustrofobiche.

Eppure, è proprio questa radicalità a generare il problema principale del film. Nel tentativo di rompere con il passato, il reboot finisce per perdere completamente il legame con ciò che definisce davvero una “mummia” nell’immaginario collettivo. Il risultato è un horror efficace, a tratti anche potente, ma che sembra appartenere a un’altra tradizione narrativa, più vicina ai film di possessione che al mito archeologico da cui prende il nome.

La mummia di Lee Cronin è in realtà un horror da possessione mascherato da reboot

Il film sposta il baricentro narrativo su una dinamica familiare e contemporanea, abbandonando quasi del tutto gli elementi classici del franchise: niente spedizioni archeologiche, niente tombe da profanare, niente antiche maledizioni legate a civiltà perdute. Al loro posto troviamo una storia che ruota attorno a un ritorno disturbante, a un corpo che non è più quello che era, a una presenza che si insinua lentamente nella quotidianità.

Questa impostazione rende il film molto più vicino a Evil Dead Rise, precedente lavoro dello stesso Cronin, che ai capitoli storici della saga. L’orrore nasce dalla trasformazione del familiare in qualcosa di alieno, dalla perdita di controllo, dalla contaminazione del corpo e dello spazio domestico.

Il problema non è che questa direzione non funzioni — anzi, è probabilmente la parte più riuscita del film — ma che non abbia nulla a che fare con ciò che lo spettatore si aspetta da una storia sulla Mummia.

Senza una vera mummia, il film rompe il patto con lo spettatore

Storicamente, la figura della Mummia è sempre stata legata a un immaginario preciso: un’entità antica, preservata nel tempo, che torna in vita portando con sé il peso di una civiltà perduta e di una maledizione millenaria. È un archetipo che combina horror, esotismo e avventura, e che ha resistito per quasi un secolo proprio grazie a questa identità forte.

Nel film di Cronin, tutto questo viene messo da parte. La “mummia” non è più un corpo antico che ritorna, ma una presenza che si manifesta in forme completamente diverse, più vicine al cinema della possessione che a quello del risveglio archeologico. Il titolo resta, ma il significato cambia radicalmente.

Ed è qui che nasce la frattura: lo spettatore entra aspettandosi una reinterpretazione del mito, ma si ritrova davanti a un film che utilizza quel mito solo come punto di partenza nominale. Non è un problema di qualità, ma di identità.

Un ottimo horror contemporaneo che però dimentica cosa lo rendeva unico

Se preso per quello che è, La mummia di Lee Cronin funziona. È un horror viscerale, disturbante, coerente con il percorso del regista e con la linea produttiva Blumhouse, sempre più orientata verso esperienze intense e senza compromessi.

Ma proprio per questo emerge il rimpianto: il film aveva l’occasione di fare qualcosa di molto più interessante, ovvero applicare questa brutalità a un immaginario classico, rinnovandolo senza cancellarlo. Un’operazione simile a quella compiuta da John Carpenter con La cosa, capace di reinventare senza tradire.

Cronin, invece, sceglie un’altra strada: costruire un horror solido e riconoscibile, ma scollegato dalla tradizione che avrebbe dovuto reinterpretare. Ed è proprio questa distanza a rappresentare il limite più evidente del film.

Redazione
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